Podcast 3-34 – 18 gennaio 2026 – Meditazione sulle letture della II Domenica del Tempo Ordinario
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,14.12).
O Padre, che per mezzo di Cristo, Agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del Battesimo, perché con la forza del tuo Spirito proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo.
A te si prostri tutta la terra, o Dio. A te canti inni, canti al tuo nome, o Altissimo (Cfr. Sal 65,4).
Prima lettura: Is 49,3.5-6 – Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza. Salmo responsoriale: Salmo 39 – Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà. Seconda lettura: 1Cor 1,1-3 – Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Vangelo: Gv 1,29-34 – Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!
Il Battista vede Gesù venire verso di lui e pronuncia parole pesanti, cariche di secoli: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Alle orecchie di un ebreo questa frase evocava capri espiatori, il sacrificio, l’idea di una colpa da rimuovere, di un male da scaricare su qualcuno. Un intero universo simbolico si metteva in moto.
E tuttavia, con Gesù, questa narrazione di fatto si interrompe. O meglio: avrebbe dovuto interrompersi. Gesù non ha mai letto la propria vita – tantomeno la sua morte – come un atto redentivo in senso sacrificale. Non si è mai pensato come l’“agnello di Dio”, né come un capro espiatorio incaricato di togliere il peccato da questo mondo. Non aveva alcuna coscienza di dover espiare colpe altrui, né di dover versare il proprio sangue per placare un dio assetato e irato. Questa lettura nascerà dopo, soprattutto con Paolo e con il Vangelo di Giovanni, e da lì verrà trasmessa fino a noi, impregnando profondamente la teologia Cristiana e la liturgia di una visione espiatoria e sacrificale della salvezza. Una narrazione potente, certo, ma non originaria. Una rilettura posteriore, che ha finito per sovrapporsi alla vicenda storica e al messaggio concreto di Gesù di Nazareth.
Oggi dobbiamo avere il coraggio di fare un passo avanti, e dirlo con forza: il peccato non è innanzitutto una lista di infrazioni morali, né un debito da saldare con Dio. Questa è una caricatura tardiva. Il peccato è un fallimento dell’amore. È un amore che non raggiunge il suo scopo, che manca il bersaglio e per questo ferisce – prima di tutto chi lo vive. È un amore storto, impazzito, ripiegato su di sé. Un amore che consuma invece di generare.
Il vero peccato è l’incapacità di amare senza distruggere. E il mondo ne è pieno.
Quando il Vangelo parla di “salvezza”, allora, non sta promettendo un risarcimento ultraterreno, né un condono spirituale. Sta indicando una possibilità molto più concreta e molto più esigente: essere salvati dalla nostra incapacità di amare.
Gesù non viene a togliere il male come si rimuove un ostacolo. Viene a portarlo. A stare dentro il disastro delle nostre relazioni, dei nostri desideri, dei nostri egoismi. Il verbo usato non indica una cancellazione, ma un’assunzione. Qualcuno che prende su di sé il peso di un’umanità che non sa più amare senza ferire.
Questo è scandaloso, perché ci toglie ogni alibi religioso. Non possiamo più nasconderci dietro la colpa, né aspettare una salvezza che accada al posto nostro. La salvezza è imparare un altro modo di amare. E costa.
Il Battista dice che su Gesù rimane lo Spirito Santo. Non lo sfiora, non lo visita: rimane.
Lo Spirito è la forza della vita che insiste, che crea, che ricrea. È l’energia che attraversa la materia, che fa germogliare, che spinge in avanti l’esistenza. Gesù è l’uomo totalmente attraversato da questa forza. Non perché evade il mondo, ma perché lo attraversa senza chiudersi, senza indurirsi, senza smettere di amare.
Per questo è chiamato “Figlio di Dio”. Non perché possieda una natura diversa dalla nostra, ma perché vive pienamente ciò che Dio è: vita che genera vita. Chi ama così sta agendo da Dio. Chi cura, chi apre spazio all’altro, chi si dona perché l’altro possa diventare sé stesso, rende Dio presente qui e ora.
Gesù è il Figlio perché è l’uomo compiuto. L’uomo che non ha tradito la propria vocazione all’amore. È il sogno di Dio realizzato nella carne.
E allora il Vangelo non accarezza per tranquillizzare, ma toglie i veli. Non distribuisce assoluzioni facili, ci mette invece a nudo davanti a noi stessi. Ma soprattutto non indica scorciatoie rassicuranti perché alla fine ci invita a crescere, fino alla misura piena dell’umano. Se questa è la salvezza, allora smettiamola di chiedere a Dio di salvarci dal mondo. Si cominci invece ad amare da Dio, dentro il mondo. Si accetti di crescere, di perdere l’innocenza, di lasciare i meccanismi sterili dell’ego. Solo così – e non prima – diventeremo veramente umani. Solo così potremo dirci, senza retorica, figli e figlie di Dio.
Diffidiamo dei “surrogati di felicità”
La gioia sta nell’essere amati da Dio
«La nostra gioia e la nostra grandezza non si fondano su illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli. È l’amore di cui ci parla Gesù: quello di un Dio che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi. Carissimi, non lasciamoci trovare distratti al suo passaggio. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza. Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare, insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui» (Papa Leone XIV – Angelus, 18 gennaio 2026).

Foto di copertina: Domenico Zampieri detto il Domenichino, Ecce Agnus Dei (dettaglio), 1622-1627, affresco rettangolare nell’arcone del presbiterio della basilica di Sant’Andrea della Valle a Roma.
L’affresco mostra il momento chiave dell’episodio descritto nel Vangelo di Giovanni (1,29-34): «Il giorno seguente Giovanni vide Gesù che veniva verso di lui e disse: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Questi è colui del quale dicevo: “Dopo di me viene un uomo che mi ha preceduto, perché egli era prima di me”. Io non lo conoscevo; ma appunto perché egli sia manifestato a Israele, io sono venuto a battezzare in acqua». Giovanni rese testimonianza, dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba e fermarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha mandato a battezzare in acqua mi ha detto: “Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quello che battezza con lo Spirito Santo”. E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio».
Il Battista indica Cristo ai futuri apostoli, evidenziando il passaggio di testimone e l’inizio della chiamata dei primi discepoli nella Chiesa primitiva. Andrea si trovava con il Battista insieme a un altro discepolo, e fu lui, in un secondo tempo, a dire a suo fratello Pietro: «Abbiamo trovato il Messia», conducendolo quindi da Gesù.
L’opera funge da preludio alla scena principale del catino absidale, dove è dipinta la Vocazione dei fratelli Pietro e Andrea. Simboleggia la nascita della Chiesa, con il Battista che prepara la via a Cristo, il quale chiama i primi seguaci, gettando le fondamenta della comunità Cristiana. Questa scena iconografica è fondamentale per comprendere la missione di Sant’Andrea e il ruolo dei primi apostoli nella storia della salvezza, come è stato spiegato da Margherita del Castillo:
«Sant’Andrea della Valle è affrescata con le storie del santo apostolo, come fossero quadri. La Glorificazione di Andrea nella lunetta è la conclusione di una vita vissuta seguendo Cristo, per amore del Quale egli attraversò l’esperienza del martirio. Tutto ebbe inizio, però, in un preciso istante, l’attimo in cui vide per la prima volta Gesù.
L’imminente celebrazione del Giubileo del 1625 fu l’occasione per la quale il cardinale Alessandro Peretti Montalto, nipote di Sisto V, commissionò gli affreschi al bolognese Zampieri che, montati i ponteggi nel 1623, li rimosse definitivamente nel 1628. Domenichino distribuì le storie di Andrea, come fossero quadri, all’interno di partiture definite da preziosi stucchi dorati, conferendo un preciso ordine alla narrazione. La Glorificazione del Santo nella lunetta è la conclusione di una vita vissuta seguendo Cristo, per amore del Quale Andrea attraversò l’esperienza del martirio, puntualmente riferito dal frescante. Tutto ebbe inizio, però, in un preciso istante, l’attimo in cui vide per la prima volta Gesù.
Come sempre accade è un altro che ti dice dove guardare: al centro della scena il Battista, seduto su una roccia, col braccio destro teso verso Cristo che compare sul retro, indica ad Andrea e a un altro discepolo Chi seguire. L’altra mano che si batte sul petto rende esplicito questo messaggio: non più lui ma un Altro, Colui che s’intravvede in lontananza. Un agnello ai piedi di Giovanni fa riecheggiare in primo piano le sue note parole: “Ecce Agnus Dei!”
Il paesaggio roccioso, il verde scuro delle fronde dell’albero tra cui si scorge il letto del fiume Giordano, il cielo solcato da un turbine di nubi cariche di pioggia, amplificano la gravità del momento cui la presenza di un angioletto in volo, per quanto poco realista, conferisce la certezza della presenza divina.
Che Andrea percepisce, come si evince dalle sue braccia spalancate in segno di totale fiducia. La Verità, quando la si incontra, si riconosce e non si può tacere: il gesto dell’apostolo coinvolge, infatti, il suo compagno più titubante, affinché anche lui, infine, veda».
