Podcast 3-50 – 17 maggio 2026 – Meditazione sulle letture dell’Ascensione del Signore
Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Come l’avete visto salire al cielo, così il Signore verrà (Cfr. At 1,11).
Accogli, o Padre, il sacrificio che ti offriamo nella mirabile ascensione del tuo Figlio, e per questo santo scambio di doni fa’ che il nostro spirito si innalzi alla gioia del cielo.
Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria.
Dio onnipotente, concedi che i nostri cuori dimorino nei cieli, dove noi crediamo che oggi è asceso il tuo Unigenito, nostro redentore.
Prima lettura: At 1,1-11 – Fu elevato in alto sotto i loro occhi. Salmo responsoriale: Sal 46 – Ascende il Signore tra canti di gioia. Seconda lettura: Ef 1,17-23 – Lo fece sedere alla sua destra nei cieli. Vangelo: Mt 28,16-20 – A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.
Solennità dell’Ascensione del Signore
Perché state a guardare il cielo?
Celebriamo oggi la solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo. Egli entra in una dimensione “altra” e non è più visibile agli occhi dei discepoli. Non per questo li abbandona al loro destino di poveri uomini, ma li costituisce come testimoni autentici della sua Parola.
Questa missione riguarda anche noi, discepoli di oggi. Dopo averci mostrato la via della salvezza, ci chiama ora a percorrere la sua stessa strada per raggiungere la medesima meta: la vita eterna, il Regno di Dio. Ma come vivere questa chiamata? Se guardiamo la storia riscontriamo nella vita dei Cristiani due tensioni fondamentali: la fuga dal mondo e l’impegno nel mondo. Per molti secoli è prevalsa la prima tendenza: il mondo sembrava essere stato presentato ai credenti “totalmente radicato nel male” e fuggirlo sembrava il modo più efficace per restare fedeli al Vangelo. L’altra tendenza, quella dell’impegno nel mondo, sembra più rispondente all’impellenza dell’annuncio kerygmatico e del connesso impegno pratico nel nostro tempo.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha messo in evidenza la fondamentale importanza della prassi, già indicata nel brano degli Atti degli Apostoli che ascoltiamo oggi nella prima lettura. “Due uomini in bianche vesti” si presentarono agli Apostoli che stavano fissando il cielo mentre Gesù se ne andava e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” Il tempo della contemplazione era finito, iniziava il tempo dell’impegno, dell’azione, della testimonianza. La comunità dei fedeli, che Paolo nella Lettera agli Efesini definisce “il corpo di Cristo, la pienezza di Colui che si realizza interamente in tutte le cose”, è chiamata a conoscere ed ispirare tutte le realtà umane per elevare ogni uomo ed ogni donna e condurli alla salvezza. L’impegno era, ed è ancora oggi, forte e preciso. Non si può stare “con il naso all’insù”, e tanto meno “con le mani in mano”, se vogliamo realizzare nel mondo il mandato di Cristo Gesù.
La presenza sul suo corpo glorioso dei segni della passione ci ricorda che la materia non è rifiutata, annullata, ma anzi, è assunta pienamente nella gloria del Risorto. Quindi, come il Padre ha tanto amato il mondo da darci Gesù, anche noi Cristiani, dobbiamo imparare ad amare di più tutto il creato, impegnandoci a trasformarlo perché diventi sempre più segno del mondo nuovo che tutti attendiamo.
L’Ascensione, perciò, più che un invito ad evadere dalla terra, sia pure per farci simili al Cristo Risorto, è un invito ad assumerla come luogo di salvezza, dove già risplende, anche se ancora in modo incompleto ed imperfetto, la luce dei “cieli nuovi e della terra nuova”, nei quali abiterà stabilmente la giustizia come misericordia divina.
Per comprendere bene l’impegno che nasce dall’Ascensione, è necessario prendere coscienza delle nostre responsabilità personali e collettive, senza cedere alle mode e alle tendenze che parlano di “riflusso nel privato” e di intimismo soggettivo. Anche questo potrebbe diventare una nuova fuga dalla realtà: stare “nel tempio a lodare il Signore” è bello e buono, ma non basta se non si opera fattivamente per la conversione e il perdono, rifiutando l’impegno nella storia e il servizio agli uomini, con il pretesto, l’alibi, della preghiera e della contemplazione. In tal modo la storia finirebbe per costruirsi senza la fede, o addirittura contro di essa.
Ben diverso è il messaggio dell’Ascensione. Gli angeli, scuotendo gli Apostoli dal torpore estatico e da uno spiritualismo ormai vuoto, ricordano che è proprio sulla terra, lì, dove il bene e il male si affrontano ogni giorno, che il Regno di Dio si costruisce anche con la nostra collaborazione. Come l’opera della creazione non giunge a compimento senza il lavoro dell’uomo, così anche l’opera della redenzione è affidata alle nostre mani.
Gesù, col suo esempio e insegnamento ha costituito i suoi discepoli suoi collaboratori e li ha mandati nel mondo per farsi conoscere. Da allora è iniziata l’opera della Chiesa, alla quale Egli ha assicurato la presenza del suo Spirito. Noi continuiamo ad essere quei “servi inutili” di cui il Signore ama servirsi per realizzare nel mondo, fino alla fine dei tempi, il suo progetto di salvezza.
L’Ascensione rappresenta quindi qualcosa di decisivo per la nostra esperienza di testimonianza Cristiana. Si tratta di saper riconoscere Cristo per farlo riconoscere non lontano, in cielo, ma sempre presente tra noi. E per questo non serve e non basta la teologia o il catechismo: è necessario imparare a scoprire Gesù in tutti i modi della sua ineffabile presenza.
“Perché rimanete a guardare il cielo?” chiedono gli angeli. Rischiamo di non incontrare Gesù perché lo cerchiamo lontano, mentre Egli cammina sulle nostre strade e vive accanto a noi come accadeva ai discepoli di Emmaus. Il vero pericolo è la distrazione. Infinite volte sfioriamo Cristo, la sua stessa carne, senza riconoscerlo. Vicinanza o lontananza, tristezza o gioia, dipendono anche da noi: dalla nostra superficialità, dalla nostra pigrizia spirituale, dalla mancanza di attenzione alla sua presenza viva. Cristo non ha più un volto unico, localizzato in un punto dell’universo. Uno sguardo attento lo scopre nel più piccolo dei fratelli. Dove c’è amore, ricerca della verità, lotta per la giustizia, rispetto dell’uomo, lì Gesù è all’opera e vive. E lui stesso ci dice che, con il Padre, opera sempre.
La sua presenza rimane invisibile a chi crede ed idolatra il potere, la forza, la sopraffazione, la ricchezza, la violenza e l’egoismo. Ma si manifesta misteriosamente e silenziosamente in tutti coloro che si lasciano ispirare da Lui per costruire una terra nuova, nella quale abiti la giustizia e ci si ami come Lui ci ama.
Riflettiamo allora sul significato dell’Ascensione mentre siamo riuniti per l’Eucaristia, ricordando le parole di Gesù: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo… Prendete e bevete: questo è il mio sangue”. È qui che possiamo incontrarlo davvero e riconoscerlo facendo dell’offerta di noi stessi ai fratelli ed alle sorelle memoria viva di Lui.
È qui, non in cielo, che Gesù si fa vicino, vivo e presente in mezzo a noi.
Indice dei podcast trasmessi.
La solennità dell’Ascensione del Signore
«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Questa promessa del Signore Risorto, consegnata agli Apostoli prima di salire al Cielo e che è annunciata nel Vangelo proclamato in questa domenica, rende salda la fiducia che il Tempo e la Storia sono “abitati” dalla sua presenza e a lui possono, anzi devono essere affidati. E con la fiducia di figli amati possiamo rivolgerci alla Madre celeste che egli stesso ci ha donato dalla Croce: «Figlio, ecco tua Madre», perché ci accompagni, consoli e sostenga nel nostro cammino.
Il Signore risorto è ritornato nella Galilea pagana. È qui che egli aveva cominciato ad annunciare la conversione e il Vangelo del Regno (cf. Mt 4,15.17.23). È qui, in questo luogo di frontiera, che egli aveva dato appuntamento ai suoi discepoli, che si erano dispersi quando egli, il pastore, era stato ferito (cf. Mt 28,8-10). È ritornato sui luoghi dell’inizio, per dare loro la pienezza: il Risorto è la luce decisiva che rischiara tutti coloro che camminano nelle tenebre e nell’ombra della morte.
Egli ha convocato i discepoli – in numero di undici – su una montagna, come all’inizio li aveva condotti sulla montagna, quando parlò loro per annunciare la via della felicità del regno dei cieli (cf. Mt 5,1). Dio ha anche convocato il popolo ai piedi del Sinai quando ha voluto fare di lui la sua “ekklesia” (cf. Es 19). Il Risorto è su questa montagna in Galilea, che simboleggia l’incontro tra il cielo e la terra, dichiarandosi, solennemente, come colui che ha ricevuto tutta l’autorità nei cieli e sulla terra (cf. Mt 28,18).
Da questa montagna egli invia i discepoli – e in loro, e con loro, noi tutti che li seguiamo lungo la storia – a convocare la Chiesa per riunirla dai quattro punti cardinali del mondo nel regno; nessuno è escluso dalla parola e dalla partecipazione alla vita della famiglia divina: la comunione del battesimo con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (cf. Mt 28,19-20).
In questa solennità, anche i membri della Sacra Milizia Costantiniana, come gli undici discepoli sulla montagna, lo adorano e riaffermano la loro obbedienza al suo comando missionario. Egli sembra assente ma è in realtà sempre presente tra di noi (cf. Mt 28,20). È per questo che si è fatto uomo nel seno della Vergine Madre: per essere l’Emmanuele, il Dio con noi (cf. Mt 1,23), fino alla fine del mondo.

Foto di copertina: Giotto di Bondone, Scene dalla vita di Cristo: 22. Ascensione di Gesù, tra il 1303 e il 1306 circa, affresco, 200×185 cm, Cappella degli Scrovegni, Padova.
Rappresenta l’episodio biblico dell’ascesa di Gesù al cielo, narrato negli Atti degli Apostoli, con Gesù al centro che sale verso il Padre mentre gli angeli e gli apostoli lo osservano dal basso.
