Podcast 3-13 – 26 ottobre 2025 – XXX Domenica del Tempo Ordinario. Il fariseo e il pubblicano al tempio
Prima Lettura: Sir 35,15-17.20-22 – La preghiera del povero attraversa le nubi. Salmo responsoriale: Sal 33 – Il povero grida e il Signore lo ascolta. Seconda Lettura: 2Tm 4,6-8.16-18 – Mi resta soltanto la corona di giustizia. Vangelo: Lc 18,9-14 – Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.
O Dio, che sempre ascolti la preghiera dell’umile, guarda a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo con fiducia alla tua misericordia, che da peccatori ci rende giusti.
Il fariseo e il pubblicano al tempio
Protagonisti della parabola sono un fariseo e un pubblicano in preghiera al tempio: due categorie di persone assai in voga ai tempi di Gesù.
Fariseo era uno che si riteneva giusto, persona per bene, perché osservava la legge di Mosè, pagava le tasse, digiunava; anche se poi disprezzava gli altri che riteneva diversi da lui. Si riteneva giusto e gradito a Dio; era invece un uomo che mancava di umiltà e carità. Oggi possiamo paragonarlo a colui che ama proclamarsi un “laico”, che si crede onesto, ricco di valori; va in Chiesa solo in occasioni straordinarie ma manca di umiltà e carità.
Pubblicano era uno additato come pubblico peccatore, perché impiegato negli Uffici dello Stato, mercenario; ladro, perché come impiegato riscuoteva le tasse del popolo in favore di una nazione straniera. Era considerato nemico del popolo e viveva senza particolari scrupoli una religiosità di comodo.
L’insegnamento di Cristo Gesù segue una logica diversa: non sono le opere che aprono la via della salvezza, ma l’adesione a Cristo, vero Dio e vero uomo. Da qui la fede e l’amore vero verso Dio, creatore e Padre, e verso i fratelli, conforme all’insegnamento della Bibbia. La giustificazione e la relativa salvezza provengono dalla Fede in Cristo e dall’amore verso Dio e verso i fratelli. Non esistono due categorie di persone: i giusti (o farisei) e i peccatori o pubblicani), ma esite l’uomo che si salva se crede ed ama: amare Dio, creatore e padre, e amare tutti gli uomini, fratelli in Cristo Gesù.
Nella parabola i due si trovano nel tempio a pregare: una preghiera profondamente diversa.
Il fariseo prega esaltando se stesso e le sue capacità, perché osserva la legge, digiuna, paga le tasse per il culto e può camminare a viso alto perché si reputa amico di Dio. Nello stesso tempo prende le distanze dal pubblicano che reputa oggettivamente cattivo.
Il pubblicano ammette in coscienza che tante volte sbaglia davanti a Dio, invoca perdono e si affida alla misericordia divina. Si reputa peccatore e indegno di stare alla presenza di Dio. É la preghiera dell’umile, che invoca “o Dio, abbi pietà di me, peccatore”. Gesù conclude nella parabola: “Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato; chiunque invece si umilia sarà esaltato!”.
Lo stesso concetto evidenzia anche l’apostolo Paolo, già fariseo e figlio di farisei, convertitosi nella via di Damasco, che ora invoca Dio: “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno”. Ciò che salva, dirà l’apostolo, è la nostra fede in Cristo e l’amore. Solo la preghiera dell’umile arriva al cuore di Dio. Abramo credette e gli fu ascritto come giustizia; l’apostolo Paolo convertitosi predica la fede e la carità.
Nel Cristianesimo la logica dell’amore ha sempre il sopravvento sulla logica della legge. La logica farisaica era quello del “do ut des”, mi comporto bene così Dio mi ama e mi salva. La logica dell’amore: Dio mi ama e la mia risposta non può essere se non “amore”. La radice di ogni peccato è non amare. Da qui le parole di Gesù: in verità il pubblicano ritornò a casa giustificato a differenza del fariseo, perché “chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato”.
La comunità Cristiana in San Paolo ha trovato il suo modello: l’impegno apostolico di Paolo deve impegnare ciascuno di noi ad essere forti nelle sconfitte, gagliardi con l’aiuto di Dio nel vivere la nostra adesione a Cristo; avere il coraggio di lottare con l’aiuto di Dio, sicuri nella vittoria finale.
La Santissima Vergine Maria, madre nostra e regina degli Apostoli, ci sostenga a vivere il nostro battesimo e ad essere “Chiesa in uscita”, per bene invocare Dio “Padre nostro che sei nei cieli”.

Foto di copertina: Icona ortodosso, su legno con sfondo in foglia d’oro, raffigurante la Parabola del Fariseo e del Pubblicano, narrata nel Vangelo di Luca (18,9-14).
Il fariseo, raffigurato a destra, vestito con abiti ricchi, prega in piedi con presunzione, in posizione eretta della preghiera ma “davanti a sé” al proprio io, ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini, in particolare come il pubblicano, e si vanta delle sue buone azioni come il digiuno e il pagamento delle decime.
Il pubblicano, a sinistra, si tiene a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo e si batte il petto, implorando la misericordia di Dio per i suoi peccati.
La parabola insegna che Dio giustifica il pubblicano, che si presenta con umiltà e pentimento, piuttosto che il fariseo, che si esalta con la sua presunzione di essere giusto. Il messaggio centrale è che l’umiltà e la consapevolezza dei propri limiti sono fondamentali per essere accettati da Dio.
