Lo spirito di carità, vera forza della Cavalleria Cristiana

Nel contesto del servizio cavalleresco Cristiano, il richiamo alle radici spirituali della Cavalleria rimane più attuale che mai. In una società spesso segnata dall’individualismo e dalla ricerca del prestigio personale, la tradizione cavalleresca rischia talvolta di essere fraintesa come semplice memoria storica o come forma simbolica priva di incidenza reale nella vita quotidiana.

La riflessione proposta dal Duca Don Diego de Vargas Machuca - il compianto e indimenticabile Presidente della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - nel suo Editoriale del 2010 su IN HOC SIGNO VINCES, invita invece a riscoprire il significato più autentico dell’appartenenza alla Sacra Milizia: un impegno fondato sulla carità Cristiana e orientato all’edificazione del prossimo. Richiamandosi alla tradizione spirituale della Chiesa, alle parole di San Bernardo di Chiaravalle e all’insegnamento dell’Apostolo Paolo, l’autore propone una meditazione sul senso profondo dell’essere Cavaliere e Dama oggi.

L’appartenenza alla Sacra Milizia non nasce dalla curiosità né dalla ricerca di riconoscimento, ma dalla volontà di costruire e servire. Servire e non servirsi, la formulazione moderna e popolare di un principio molto antico: chi governa deve servire la comunità, non sfruttarla. È una scelta che trova nella Carità la propria forza più autentica e nella dedizione al prossimo il suo fondamento spirituale.

Questa breve ma intensa riflessione che riportiamo di seguito, pur scritta anni fa, conserva una notevole attualità: ricorda anche ai Cavalieri e alle Dame Costantiniani dei tempi attuali, che la loro missione non consiste nel custodire soltanto una tradizione, ma nel testimoniare concretamente il Vangelo attraverso la fraternità, il servizio e l’amore verso gli altri. In questo spirito, la Cavalleria Cristiana continua ad essere non una “favola” o l’inseguimento di un “sogno”, ma una via concreta di vita evangelica e di edificazione reciproca.
Don Diego de Vargas Macchuca

Don Diego de Vargas Machuca apparteneva ad una delle più antiche ed illustri famiglie nobili della Spagna, con più di mille anni di storia, diramatasi poi anche in Italia nel XVII secolo: 8° Duca de Vargas Machuca, 6° Marchese di Vatolla, 10° Marchese di San Vicente del Barco, 11° Conte del Porto, 18° Conte di Urgell, 27° Signore di Vargas, 12° Signore di Varguillos, Conte del Sacro Romano Impero, Gentiluomo di Sua Santità, Cavaliere dell’Insigne e Real Ordine di San Gennaro, Balì Gran Croce di Giustizia decorato del Collare.

Don Diego ha reso la sua bella anima al Signore giovedì 25 maggio 2023 e le esequie sono state celebrate more nobiliume presso la Basilica Magistrale di Santa Croce al Flaminio in Roma martedì 30 maggio 2023.

«Egli è stato “letto di fiume”. Ha sempre concepito la sua vita come una missione, quella di portare a valle l’acqua che aveva ricevuto. Ricevuta da Dio e dalla tradizione. Non si è mai concepito individualisticamente, come avviene troppo spesso nella società moderna, ma sempre come anello di congiunzione, parte di una storia, di una tradizione, di un passato. Il suo compito è stato portare a valle l’acqua, come un fiume. Permettere il passaggio dai padri che lo hanno preceduto, dagli antenati della famiglia de Vargas, dai grandi santi del passato, da San Tommaso d’Aquino, il santo napoletano che ha sempre ispirato la sua amatissima mamma, ai suoi figli e ai suoi nipoti. Diego è stato passaggio» (Giovanni Ventimiglia di Geraci, Cavaliere di Giustizia – Come un letto di fiume. Un ricordo del Duca Don Diego de Vargas Machuca, 2 giugno 2023).

La lettera
Lo spirito di carità rappresenta la nostra vera forza
CAVALIERI “PER EDIFICARE”

Anche se facciamo fatica ad accettarlo, tutti nella nostra vita ci nutriamo spesso di illusioni.

Quando il mondo reale ci delude fabbrichiamo un universo artificiale in cui ci immergiamo e da cui ci lasciamo travolgere. Non penso che tutto ciò sia un fatto negativo, anzi lo trovo un espediente necessario per equilibrare le tensioni e le insoddisfazioni causate dalla vita reale. I sogni permettono di vivere per qualche tempo in un mondo che ci avvicina all’ideale che ognuno di noi coltiva dentro di sé.

Quando però le illusioni diventano ideologia con la pretesa di sostituirsi alla vita o comunque di dettare le leggi che indicano il comportamento da seguire, allora cominciano i guai.

Scrivendo all’amico e discepolo Timoteo (2 Lettera a Timoteo 4,3-5), Paolo Io mette in guardia contro quelli che vogliono trasformare le favole in realtà per assecondare i propri capricci. Ognuno vuole dare corpo ai propri sogni, senza preoccuparsi delle conseguenze per sé e per gli altri. In altre parole si tratta di un individualismo estremo, ma anche inconcludente, che può soddisfare un impulso immediato ma che non risolve i veri problemi che lo hanno originato.

Può talvolta accadere che, soprattutto ai giorni nostri, la Cavalleria possa essere considerata una “favola”, attraverso la quale ci immergiamo in un mondo fantastico ed effimero. Inoltre, osservando la nostra militanza, molti ci considerano spinti da puro spirito di vanità ed incapaci di soddisfare le vere aspettative della società.

Non vi nascondo che anch’io mi sono chiesto più volte quale sia stata la motivazione che mi ha spinto a pormi al servizio della Sacra Milizia.

Penso, però, di aver trovato una giusta risposta a questa mia intima riflessione, adattando al caso un noto passo di San Bernardo di Chiaravalle:

  • Vi sono quelli che vogliono diventare cavalieri solo per conoscere questo mondo singolare (tantum ut sciant) e questa è curiosità (et curiositas est);
  • Vi sono quelli che vogliono diventare cavalieri solo per essere conosciuti, per ottenere un riconoscimento in questo mondo (tantum ut sciantur) e questa è vanità (et vanitas est);
  • Vi sono quelli che vogliono diventare cavalieri per essere edificati (ut aedifìcentur) e questa è prudenza, saggezza (et prudentia est);
  • Vi sono infine quelli che vogliono diventare cavalieri per edificare (ut aedificent) e questa è carità (et caritas est).

Certamente noi abbiamo scelto di diventare cavalieri “per edificare”, mossi cioè dallo spirito di carità.

L’Apostolo Paolo pone al primo posto proprio la carità. Anche secondo San Tommaso d’Aquino la carità – “sentimento primordiale e radice di tutti i sentimenti” – è il primo frutto dello Spirito Santo.

Si noti tuttavia, che la carità non sempre è accompagnata da consolazioni per chi la pratica. Poiché essendo una virtù teologale risiede nella volontà e non nel sentimento.

Così “non si tratta necessariamente di un amore sentito, ma di un amore intensamente voluto; e tanto più voluto, negli spiriti ferventi, quanto meno sarà sensibile”.

Non possiamo dimenticare, inoltre, un fondamentale svolgimento di questo frutto dello Spirito Santo, insegnato da Cristo stesso: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,39). Usando le parole di Sant’Agostino, “l’amore verso il prossimo è come il principio dell’amore verso Dio”. Intatti, non esiste gradino più sicuro per salire all’amore di Dio che la carità dell’uomo verso i suoi simili.

Tutto ciò significa che tra noi cavalieri deve regnare lo spirito di carità, che rappresenta la nostra vera forza. Gesù non tollera la debolezza dei suoi seguaci. Chi vive in finzione del proprio interesse non riuscirà mai ad essere felice. Su questa terra, la vera gioia è alla portata solamente di quanti si dedicano interamente al compimento della propria missione con spirito di profonda carità.

IL PRESIDENTE
DELLA REAL COMMISSIONE PER L’ITALIA
Duca Don Diego de Vargas Machuca
Balì Gran Croce di Giustizia

Fonte: IN HOC SIGNO VINCES-Editoriale del Presidente, ANNO VII – N. 13 – 1° SEMESTRE 2010 (questo “Periodico d’informazione dei Cavalieri Costantiniani di San Giorgio” ha cessato la pubblicazione anni fa).

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