Nel 1936, l’abbazia che fu territoriale è stata unita in perpetuo alla Diocesi di Viterbo, con il titolo di abate per il vescovo ordinario. Nel 1986, Papa San Giovanni Paolo II confermò l’unione estintiva con la nuova Diocesi di Viterbo.
Oggi, l’Abbazia di San Martino al Cimino – cuore spirituale e simbolico dell’omonimo borgo – celebra gli otto secoli dalla sua Consacrazione, con un Anno Giubilare di celebrazioni, dal 11 novembre 2025 all’11 novembre 2026, dedicato alla Fede, alla cultura e alla comunità. Il programma prevede giornate di studio e riflessione teologica, concerti di musica sacra – tra cui quello della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” – e iniziative di valorizzazione del patrimonio artistico e architettonico. Le associazioni locali saranno protagoniste nella riscoperta delle tradizioni, della gastronomia e dei percorsi naturalistici che circondano il borgo, in particolare lungo il tratto della Via Francigena che conduce a San Martino al Cimino. Anche gli eventi culturali già radicati nel territorio, come festival letterari e rassegne teatrali, verranno ispirati dallo spirito dell’Ottocentenario.
Questo Anno Giubilare non si presente soltanto come una celebrazione religiosa, ma l’occasione per restituire vitalità ad un luogo, che da otto secoli custodisce la memoria e l’identità di una comunità. San Martino al Cimino, con la sua abbazia gotica e il borgo barocco che la circonda, sta vivendo un anno che unisce passato e futuro, fede e bellezza, nel segno della continuità di una storia che appartiene non solo a Viterbo, ma all’Italia intera.

Dodici mesi di celebrazioni religiose, incontri e iniziative che coinvolgeranno il Paese, le associazioni e i visitatori in un percorso di memoria e riscoperta, a cui partecipa anche l’Ordine Costantiniano.
Già martedì 11 novembre 2025, in occasione dell’apertura ufficiale delle celebrazioni per l’VIII Centenario della Consacrazione dell’Abbazia di San Martino al Cimino, su invito della Diocesi di Viterbo ha partecipato una rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina, ha partecipato alla solenne ed austera celebrazione della Santa Messa nella memoria liturgica di San Martino di Tours, presieduta da S.E.R. Mons. Orazio Francesco Piazza.
Poi, mercoledì 28 aprile 2026, su invito della Diocesi di Viterbo, una rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina ha partecipato al Concerto della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, diretta dal Maestro Mons. Marcos Pavan, alla presenza del Vescovo di Viterbo, S.E.R Mons. Orazio Francesco Piazza, insieme al Vescovo emerito, S.E.R. Mons. Lino Fumagalli, Cappellano Gran Croce di Merito dell’Ordine Costantiniano, e S.E.R. Mons. Guido Pozzo, Arcivescovo titolare di Bagnoregio, Sovrintendente all’economia della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, già Elemosiniere di Sua Santità.
San Martino al Cimino



La Consacrazione della chiesa abbaziale risale al 1225, quando, pur con i lavori ancora in corso, il Cardinale Raniero Capocci, Vescovo di Viterbo, ne sancì l’apertura al culto su mandato di Papa Onorio III, sebbene il completamento dell’intero complesso monastico cistercense, inclusi il Chiostro, il Refettorio, la Sala Capitolare, la Biblioteca e l’Infermeria, un forno e di altri laboratori, si sia protratto fino alla fine del secolo successivo.
Le origini del complesso, tuttavia, sono molto più antiche: la prima menzione di una “Ecclesia Sancti Martini in Monte de Viterbio” compare già nell’anno 838 in un documento. In quel periodo il cenobio ospitava una comunità di monaci Benedettini provenienti dall’abbazia di Farfa. Diversi Abbati di San Martino in Cimino sono menzionati in documenti del XI secolo.
Nel XII secolo Papa Eugenio III, egli stesso Cistercense, affidò il monastero ai monaci del suo Ordine, provenienti da Saint Sulpice.
Nel 1207 Papa Innocenzo III rafforzò la piccola comunità inviando altri monaci da Pontigny, una delle abbazie madri dei Cistercensi, con l’incarico dello sviluppo agricolo della regione, e contribuì alla sua rinascita con donazioni e le terre sul versante meridionale dei monti Cimini attorno al lago di Vico, a sud di Viterbo. Fu sotto l’Abate Giovanni II, detto “Pontiniaco”, tra il 1216 e il 1232, che, con l’appoggio del Cardinal Capocci, iniziarono i lavori di ampliamento della chiesa e dei locali monastici.
Nel corso dei secoli, l’abbazia conobbe alterne vicende: momenti di splendore e di crisi, saccheggi, restauri, commende pontificie. Già nel 1379 stava per essere abbandonata a causa della mancanza di nuove vocazioni. Nel 1426 non vi rimasero più che due monaci. L’interesse personale di Papa Pio II (1458-1464) e della famiglia Piccolomini, dalla quale egli proveniva, fece sì che venissero intrapresi alcuni lavori di restauro, il che fece ben sperare, ma queste attività non ebbero seguito. Nel 1564 gli ultimi monaci lasciavano l’abbazia, i cui beni, a seguito della chiusura, entrarono a far parte del patrimonio della Santa Sede.

San Martino al Cimino, borgo aereo di affascinante bellezza a 561 m.s.l.m., deve la sua attuale conformazione urbanistica alla sua erezione a principato ad opera di Papa Innocenzo X, che ne investì la vedova di suo fratello, Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj.
Nel 1645, quando con Papa Innocenzo X salì al potere a Roma la famiglia Pamphili, la chiesa di San Martino ormai in rovina, ritrovò una nuova vita. Le “terre di San Martino” furono cedute alla potente cognata del Papa, che trasformò l’antico insediamento cistercense nel fulcro di un nuovo borgo principesco. Assecondata da grandi architetti (fece intervenire anche Francesco Borromini da Roma), restaurò completamente la chiesa aggiungendovi due torri come contrafforti.
Nel 1652 fece costruire da vari maestri, tra cui il Bernini, un palazzo di grandi dimensioni sulle rovine delle strutture monastiche. Attorno all’abbazia nacque un piano urbanistico coerente e scenografico, tipico del barocco romano, affidato all’Architetto militare Marcantonio de’ Rossi e al Padre Virgilio Spada, sotto la supervisione di Francesco Borromini. San Martino al Cimino divenne così un piccolo gioiello architettonico e sociale, con delle mura perimetrali, delle porte e delle abitazioni, non dimenticando altre strutture pubbliche quali lavatoi, forni, macelli, teatro e piazza pubblica. Non pare che avesse intenzione di fare appello ai monaci. Della vecchia abbazia cistercense non rimane che qualche elemento: la parte absidale ed il transetto della chiesa, una modesta porzione del chiostro e qualche lembo della Sala Capitolare e dello Scriptorium.
Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj morì di peste nel 1657 e la sua salma venne inumata nel coro della chiesa abbaziale, dove una lapide in marmi policromi ne conserva la memoria.
Dopo la morte dell’ultimo Principe Girolamo Pamphilj, nel 1760, l’abbazia entrò nelle proprietà dei Doria Pamphilj, che nel Novecento la donarono alla Diocesi di Viterbo. Con la Bolla Ad maius christiani di Papa Pio XI del 2 maggio 1936, l’Abbazia di San Martino che fu territoriale, è stata unita in perpetuo alla Diocesi di Viterbo, con il titolo di abate per il vescovo ordinario. Il 27 marzo 1986, Papa San Giovanni Paolo II confermò l’unione estintiva con la nuova Diocesi di Viterbo, ponendola sotto la protezione di Santa Maria della Quercia, proclamata come Patrona.
Lo status odierno della chiesa di San Martino, che aveva recuperato il titolo abbaziale nel XVII secolo, senza tuttavia che vi ritornassero i monaci, è quello di chiesa parrocchiale facente capo alla Diocesi di Viterbo. Il Palazzo Doria Pamphilj ospita oggi alcuni corsi dell’Università degli Studi della Tuscia e la sede dell’Azienda di Promozione Turistica di Viterbo. Al suo interno pregevoli sale affrescate, saloni con ricchi soffitti lignei, fregi in affresco, una notevole scala in peperino e un camino monumentale.
