Non sorprende che il Romano Pontefice abbia scelto la Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, domenica 23 novembre 2025, per firmare In unitate fidei. La data è un manifesto silenzioso. Tutto parte da Lui. Non dalle strategie pastorali destinate a durare pochi mesi. Non da programmi che cambiano al ritmo delle mode. Il centro del documento è un ritorno al Credo, non come formula antica, ma come cuore pulsante della nostra identità Cristiana.
Podcast 3-20 – La Lettera Apostolica “In unitate fidei” di Papa Leone XIV
La Lettera Apostolica
“In unitate fidei”
di Papa Leone XIV
Nell’imminenza del suoi primo Viaggio Apostolico in Turchia, dal 27 al 30 novembre 2025, che avrà una tappa particolarmente significativa a İznik, l’antica Nicea, luogo del Concilio del 325, dove venne formulato il Credo che ancora oggi unisce la Cristianità e dove incontrerà il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, il Papa ha pubblicato la sua Lettera Apostolica In unitate fidei, che fa memoria dei 1.700 anni del Concilio di Nicea con l’obiettivo di rilanciare la centralità del Credo niceno nella vita della Chiesa e nell’impegno ecumenico contemporaneo. Un documento che in qualche modo delinea anche l’indirizzo teologico e pastorale del suo pontificato.
Il Papa sottolinea che il Concilio di Nicea, celebrato 1700 anni or sono, rappresenta il primo evento ecumenico della storia Cristiana, una solenne affermazione di unità nella Fede e di fedeltà alla Tradizione. L’anniversario offre prospettive essenziali per comprendere l’attualità del Concilio dal punto di vista teologico, ecclesiale, culturale e sociale. La dimensione pastorale del messaggio è evidente: il Papa invita la Chiesa a rinnovare la propria professione di Fede e a viverla concretamente nelle circostanze complesse della contemporaneità, caratterizzate da conflitti, disastri naturali, ingiustizie e povertà diffuse.
Riporto, in italiano, per necessaria ed opportuna conoscenza, il testo del Credo niceno:
“Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio, nato dal Padre, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato non creato, della stessa sostanza del Padre, per mezzo del quale tutte le cose sono state create, [sia nel cielo sia sulla terra]. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e si incarnò, si fece uomo, morì, risorse il terzo giorno, ascese al cielo, e verrà a giudicare i vivi e i morti. E nello Spirito Santo”.
Il Pontefice non propone una semplice rilettura storica del Concilio, ma riconnette il dogma cristologico ad esso legato alle sfide attuali, insistendo sul fatto che la teologia non è una conservazione passiva, ma un continuo esercizio di discernimento alla luce della Tradizione. La Fede, ricorda il Papa, non è un progetto umano da modellare secondo le mode culturali, bensì un dono da accogliere e custodire.
Richiamandosi ai Vangeli e alle Lettere paoline, Leone XIV individua nella figliolanza divina di Cristo, Uomo e Dio, il centro della Rivelazione. Per questo il Credo niceno non rappresenta un reperto storico, ma un baluardo che tutela la Verità dagli errori di ogni epoca. Come nel IV secolo Ario tentò di rendere «più comprensibile» il mistero riducendo la divinità del Figlio, così oggi rimane la tentazione di plasmare il Cristianesimo secondo i criteri della cultura dominante. I Padri, ricorda ancora Leone XIV, usarono categorie filosofiche greche come ousia, sostanza, e homoousios, consustanzialità, non per complicare la Fede, bensì per proteggerla. Lo stesso compito attende oggi la teologia: non negoziare la Verità, ma esprimerla con fedeltà. “Con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della Fede, la cui Verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i Cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale”.
Il documento fa riferimento anche al recente lavoro della Commissione Teologica Internazionale e invita i fedeli a considerare l’anniversario di Nicea non come un semplice evento commemorativo, ma come un’opportunità di esame di coscienza, conversione e rinnovato slancio missionario. “È una provvidenziale coincidenza – osserva il Pontefice -, che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. È questo il cuore della fede cristiana”. Nel testo il Papa chiede “a tutta la Chiesa” di rinnovare il suo slancio verso la piena unità, pur nel rispetto delle legittime diversità; di “camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione, lasciandosi alle spalle controversie teologiche hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune”.
Cosa avvenne a Nicea? Più di trecento vescovi, provenienti quasi tutti dall’ Oriente, si ritrovarono in questa località su convocazione di Costantino, non per motivazioni spirituali a lui sicuramente estranee, ma preoccupato per la stabilità del suo Impero, per affrontare un tema teologico centrale per la Fede Cristiana: la natura di Gesù Cristo e il suo rapporto con il Padre. Il Credo di Nicea inizia proprio “professando la fede in Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra”.
Oggi però Dio e la questione di Dio, scrive Leone XIV nella Lettera Apostolica, non ha “quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che i Cristiani [cioè la Chiesa] sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera Fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo”.
Il Papa sottolinea come la Professione di Fede nicena non sia un’astrazione dottrinale, ma una risposta concreta alla crisi contemporanea. In un mondo segnato da guerre, ingiustizie, disastri e miseria, “Dio non abbandona la sua Chiesa, suscitando sempre uomini e donne coraggiosi, testimoni nella Fede”. Il testo rilegge ogni articolo del Credo con uno sguardo attuale, mostrando come la divinità e l’umanità di Cristo siano il fondamento di una Fede che tocca la vita quotidiana, le relazioni e la solidarietà. “Il Credo niceno non ci parla del Dio lontano, irraggiungibile, immoto… ma del Dio che è vicino a noi, che ci accompagna nel nostro cammino… si fa piccolo, si spoglia della sua maestà infinita rendendosi nostro prossimo nei piccoli e nei poveri”.
Al centro della Lettera, dunque, l’appello a riscoprire Gesù Cristo come “Maestro, compagno, fratello e amico”, ma anche come “il Signore… che per la nostra salvezza discese dal cielo”. “La sequela di Gesù Cristo – scrive Leone XIV – non è una via larga e comoda… ma questo sentiero… conduce sempre alla vita e alla salvezza. Se Dio ci ama con tutto sé stesso, allora anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”. Il Papa mette in guardia però da un amore disincarnato: “L’amore per Dio senza l’amore per il prossimo è ipocrisia… Nella sequela di Gesù, l’ascesa a Dio passa attraverso la discesa e la dedizione ai fratelli e alle sorelle”.
Uno dei passaggi più autorevoli della Lettera riguarda la divinizzazione, la grande intuizione dei Padri greci. In questa linea, Papa Leone XIV chiarisce che “la divinizzazione è la vera umanizzazione”, e che “l’esistenza dell’uomo punta al di là di sé… Solo Dio, nella sua infinità, può soddisfare l’infinito desiderio del cuore umano”. Citando con ammirazione Sant’Atanasio, secondo il quale Cristo si è fatto uomo “per poterci divinizzare”, Leone XIV ricorda che la vocazione ultima dell’umanità è la partecipazione alla vita divina, come afferma anche la Seconda Lettera di Pietro. Non si tratta di fusione mistica né di esaltazione individuale: è partecipazione alla vita divina. Da qui deriva anche la dimensione etica della Fede. Professare “un solo Dio, Padre onnipotente” comporta un nuovo sguardo sul creato, non come bene da consumare, ma come dono da custodire. Allo stesso modo, riconoscere Gesù come “Signore e Dio” implica un’esistenza modellata su di Lui. E la carità, spiega il Papa, non è un’aggiunta morale, ma una conseguenza ontologica dell’Incarnazione: Gesù ci dice infatti che qualunque atto di carità, anche il più piccolo, “l’avete fatto a me”.
Il Credo niceno utilizza poi la metafora della luce: “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”, richiamando l’immagine biblica di Dio come luce e del Figlio come apaugasma, riflesso, e character, immagine tipica, della gloria divina. La fede illumina gli occhi del cuore (Ef 1,18), affinché i Cristiani possano essere luce nel mondo (Mt 5,14). A questo proposito Leone XIV ricorda che Sant’Ilario, nel pieno della crisi ariana, disse che “le orecchie del popolo sono più sante dei cuori dei sacerdoti”, riferendosi al sensus fidei generato dalla inabitazione dello Spirito Santo nei Christifideles, che fa discernere con naturalezza ciò che è genuino e ciò che è annacquato.
Il Papa scrive ancora, che “si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce. Il Credo di Nicea ci invita allora ad un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui?” “Che ne è della ricezione interiore del Credo oggi? Sentiamo che riguarda anche la nostra situazione odierna?”
La Lettera dedica un’ampia riflessione al valore ecumenico del primo Concilio. Il dialogo ecumenico ha portato a una nuova consapevolezza della comunione tra i Cristiani, a partire dall’unico Battesimo e dal Credo. Per il Vescovo di Roma non si tratta di tornare indietro a prima delle divisioni, né vuole essere “un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali. Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce” e “in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità Cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace”. “Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino”.
Leone non propone un ecumenismo irenico o superficiale: l’unità, ammonisce, nasce dalla verità ricevuta, non dall’appiattimento delle identità. La Trinità, modello di comunione nella diversità, è il paradigma dell’unità cristiana. E solo lo Spirito Santo, conclude il Papa, può “unire i cuori e le menti dei credenti”. Il Pontefice invita a superare le vecchie dispute e a camminare insieme nella preghiera e nella testimonianza: “Il ristabilimento dell’unità tra i Cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce”.
Ritornando al linguaggio di Nicea, Leone XIV sostiene che la Chiesa può rinnovarsi solo riconnettendosi alla Verità che l’ha generata. Confessare Gesù come “Dio vero da Dio vero” non è un retaggio del passato, ma la risposta più concreta alle crisi spirituali, culturali e antropologiche del presente. Nicea, scrive il Papa, non è un monumento: è il punto in cui si incontrano la rivelazione Cristiana e la vocazione dell’uomo, chiamato a entrare nella vita di Dio attraverso il suo Figlio eterno divenuto nostro fratello. Lo Spirito Santo rimane il vincolo che armonizza le differenze, guidando verso un ecumenismo concreto e spirituale, fondato su preghiera, ascolto e azione comune. In un mondo diviso, il Credo di Nicea non è solo memoria storica, ma strumento vivo di unità, testimonianza e riconciliazione.
Infatti Papa Leone XIV conclude con un’invocazione allo Spirito Santo, affinché guidi la Chiesa nel cammino della storia, ravvivi la Fede, accenda la speranza, infiammi la carità e unisca i cuori dei credenti nell’unico gregge di Cristo, “perché il mondo creda” e rivolge un appello al “pentimento e alla conversione” e alla necessità di un “ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea.
Indice dei podcast trasmessi.
Il Primo Concilio Ecumenico di Nicea
La principale controversia che portò alla convocazione del Concilio Ecumenico di Nicea fu quella legata all’arianesimo, dottrina sviluppata dal presbitero Ario di Alessandria, secondo cui Cristo non era coeterno né consustanziale al Padre, ma una creatura, ovvero un essere umano, sebbene superiore a tutte le altre. Questa visione minava la dottrina della Santissima Trinità e suscitò accese reazioni, soprattutto da parte del Vescovo Atanasio.
L’eresia ariana, già condannata a livello locale, minacciava l’unità della fede Cristiana. L’Imperatore Costantino, preoccupato dal rischio di scismi e tumulti, convocò un concilio ecumenico, cioè universale, per risolvere la questione in modo definitivo. Al Concilio di Nicea parteciparono circa 300 vescovi, provenienti da tutto l’Impero, in particolare dalle province orientali. I lavori furono presieduti dall’Imperatore stesso, il che segnò un precedente importante nel rapporto tra potere spirituale e potere temporale.
Il risultato più rilevante del Concilio di Nicea fu la condanna dell’arianesimo e l’elaborazione del Credo niceno, un testo dottrinale che afferma la consustanzialità (ὁμοούσιος, homoousios in greco) del Figlio con il Padre, sancendo che Gesù Cristo è “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. Quindi, Padre e Figlio sono della stessa sostanza divina.
Venne, inoltre, stabilita la data della Pasqua, che si doveva celebrare la domenica successiva al primo plenilunio di primavera, indipendentemente dalla Pasqua ebraica.
Il Concilio di Nicea segnò un passaggio decisivo nella definizione dell’ortodossia Cristiana. Sebbene l’arianesimo non scomparve subito, il Credo niceno divenne il fondamento della Fede Cristiana, condivisa Cattolici, Ortodossi, Luterani, Anglicani e Vetero-Cattolici.
Si è parlato di un possibile viaggio di Papa Leone XIV per celebrare i 1700 anni del Concilio di Nicea. Un evento che assumerebbe un forte valore simbolico, rilanciando il dialogo ecumenico con la Chiesa Ortodosso e riaffermando il ruolo dei primi concili nel delineare la comune identità Cristiana.
Nel discorso ai Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre religioni il 19 maggio 2025, Papa Leone XIV ha detto: «La mia elezione è avvenuta mentre ricorre il 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea. Quel Concilio rappresenta una tappa fondamentale per l’elaborazione del Credo condiviso da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali. Mentre siamo in cammino verso il ristabilimento della piena comunione tra tutti i cristiani, riconosciamo che questa unità non può che essere unità nella fede. In quanto Vescovo di Roma, considero uno dei miei doveri prioritari la ricerca del ristabilimento della piena e visibile comunione tra tutti coloro che professano la medesima fede in Dio Padre e Figlio e Spirito Santo.
In realtà, quella per l’unità è sempre stata una mia costante preoccupazione, come testimonia il motto che ho scelto per il ministero episcopale: In Illo uno unum, un’espressione di Sant’Agostino di Ippona che ricorda come anche noi, pur essendo molti, «in Quell’unico – cioè Cristo – siamo uno» (Enarr. in Ps., 127, 3). La nostra comunione si realizza, infatti, nella misura in cui convergiamo nel Signore Gesù. Più siamo fedeli e obbedienti a Lui, più siamo uniti tra di noi. Perciò, come Cristiani, siamo tutti chiamati a pregare e lavorare insieme per raggiungere passo dopo passo questa meta, che è e rimane opera dello Spirito Santo».

Foto di copertina: Icona ortodossa orientale raffigurante il Primo Concilio Ecumenico di Nicea.
