«Il Maestro non ha troni, ma si cinge un asciugamano e s’inginocchia ai piedi di ciascuno. Il suo impero è quel poco di spazio che basta per lavare i piedi dei suoi amici e prendersi cura di loro. È anche l’invito ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco. Con lo sguardo di chi fa naufragio, del povero Lazzaro, gettato alla porta del ricco epulone. Altrimenti non cambierà mai niente, e non sorgerà un tempo nuovo, un regno di giustizia e di pace» (Meditazione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera e Rosario per la pace, Giubileo della Spiritualità Mariana – Piazza San Pietro, 11 ottobre 2025).
Podcast 3-11 – L’Esortazione apostolica “Dilexi te” di Sua Santità Papa Leone XIV sull’amore verso i poveri

La Dilexi te (Ti ho amato), primo documento del magistero di Papa Leone XIV, è stato promulgato il 9 ottobre 2025. Si tratta di una Esortazione apostolica, che è centrata sull’«amore verso i poveri», come si legge nel sottotitolo, perché la carità cambi il mondo.
È un «progetto ricevuto come in eredità» da Papa Francesco che, tiene a precisare il Pontefice, «sono felice di fare mio» e di «proporlo all’inizio del mio pontificato, condividendo il desiderio dell’amato predecessore, che tutti i Cristiani possano percepire il forte nesso che esiste fra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri». Lui voleva un testo «sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri», scrive Papa Leone XIV, e immaginava che Cristo si rivolgesse «a ognuno di loro dicendo: hai poca forza, poco potere, ma “ti ho amato”». Dilexi te, appunto.
Il testo ripercorre la «bimillenaria storia di attenzione ecclesiale verso i poveri», sottolinea Papa Leone XIV, scrivendo che «la cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei Cristiani di ogni tempo». Dimensione su cui ritiene «necessario insistere» perché, spiega, la carità è «una forza che cambia la realtà, un’autentica potenza storica di cambiamento», perché «esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri» e perché «ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità l’attenzione preferenziale ai poveri»: da Francesco d’Assisi al Concilio Vaticano II, per citare due “svolte” indicate nei 121 paragrafi.

Il riferimento a Francesco, il Santo ed il suo Predecessore d.v.m., è evidente fin da subito, dalla data del 4 ottobre, solennità del Poverello, quando il Papa l’ha firmato.
L’Esortazione ripete e rinnova ciò che era accaduto all’inizio del pontificato di Francesco, quando egli aveva recepito (e integrato) nel 2013 una Enciclica, la Lumen fidei, che Papa Benedetto XVI aveva quasi terminato prima della sua rinuncia.
È stato lo stesso Papa Francesco ad aver deciso la “forma” per la sua riflessione sui poveri: non un’Enciclica, ma un’Esortazione apostolica. Opzione che Leone XIV ha rispettato e fatto propria.
Il documento è diviso in cinque capitoli ed è un ideale proseguimento del magistero sulla carità dei Pontefici che l’hanno preceduto: non solo Francesco, ma anche Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ed è un testo da cui emerge la Chiesa che sogna Leone XIV e di cui «oggi il mondo ha bisogno», scrive lui stesso: una Chiesa «madre dei poveri»; una Chiesa «delle Beatitudini», che «fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri»; una Chiesa che «non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare». Il Papa ribadisce, che i poveri non sono una «categoria sociologica», ma «carne di Cristo» e riconducono all’«essenziale della fede»: il Figlio di Dio che «si è svuotato» e «fatto povero”.
«Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione». Da qui origina il severo monito di Papa Leone XIV: «C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare». E aggiunge: «Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni». «Occorre ricordare che la religione, specificatamente quella Cristiana, non può essere limitata all’ambito privato come se i fedeli non dovessero avere a cuore anche i problemi che riguardano la società civile e gli avvenimenti che interessano i cittadini», spiega Leone XIV. E lamenta: «Talvolta si riscontra in alcuni movimenti o gruppi Cristiani la carenza o addirittura l’assenza per il bene comune e, in particolare, per la difesa e la promozione dei più deboli e svantaggiati». Del resto, «la carità non è un percorso opzionale, ma il criterio del vero culto». Quindi il pungolo: restare «indifferenti» al grido dei poveri è «un peccato» e allontana «dal cuore stesso di Dio». Poi ricorda: «Chiunque, perfino il nemico, si trovi in difficoltà, merita sempre il nostro soccorso».
Nell’Esortazione apostolica i poveri hanno più volti e, osserva il Papa, «sono sempre più numerosi». Hanno il volto di chi soffre per la «mancanza di acqua e cibo». Quello delle «famiglie che non arrivano alla fine del mese in Europa». Quello delle «donne» vittime di «esclusione, maltrattamenti, violenza», di coloro che fronteggiano la povertà «morale» e «spirituale» o di chi non può studiare mentre «l’educazione non è un favore, ma un dovere» e i «piccoli hanno diritto alla conoscenza come requisito fondamentale per il riconoscimento della dignità umana» soprattutto alla luce della «tradizione cristiana» che «considera il sapere un dono di Dio». Hanno il volto dei migranti, un’esperienza che «accompagna la storia del popolo di Dio»: per questo «la Chiesa ha sempre riconosciuto nei migranti una presenza viva del Signore» e «dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti» ben sapendo «che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza» e che «in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità». Hanno il volto dei malati nei quali la comunità ecclesiale identifica «prontamente il Signore crocifisso» e che sono «una parte importante della sua missione. Hanno il volto dei prigionieri che i Cristiani sono chiamati ad «assistere», spinti dall’impegno a «liberare gli oppressi», che caratterizza la Chiesa e sfidando le «schiavitù moderne: il traffico di essere umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, le diverse forme di dipendenza».
Il documento ha dunque una sua profonda valenza politica, perché «la mancanza di equità è la radice dei mali sociali» e il Papa punta l’indice contro i «nuovi e drammatici squilibri» o le «crescenti disuguaglianze», mentre «vediamo crescere alcune élite di ricchi che vivono nella bolla di condizioni lussuose». Censura «una visione dell’esistenza imperniata sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi, da conseguire anche a scapito degli altri e profittando di ideali sociali e sistemi politico-economico ingiusti che favoriscono i più forti». Condanna la «falsa» concezione della «meritocrazia dove sembra che abbiano meriti solo quelli che hanno avuto successo nella vita» e la «scelta» di chi ritiene «ragionevole organizzare l’economia sacrificando i popoli». Attacca le manipolazioni informative e digitali che fanno apparire «la situazione dei poveri non così grave». Si rammarica anche per «i Cristiani», che «si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici, che portano a ingiuste generalizzazioni o a conclusioni forvianti». Annuncia che «è doveroso continuare a denunciare la “dittatura di un’economia che uccide”», segnata da «ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria». Stigmatizza «criteri pseudoscientifici», secondo cui «la libertà del mercato porterà spontaneamente alla soluzione del problema della povertà» e soprattutto «una pastorale delle cosiddette élite sostenendo che, al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti cosicché, attraverso di loro, si potranno raggiungere soluzioni più efficaci».
Poi Leone XIV pone una serie di domande, che intendono scuotere le coscienze. «I meno dotati non sono persone umane? I deboli non hanno la nostra stessa dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani e devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalle risposte che diamo dipende il valore delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro».
A chi ha in mano le sorti delle nazioni il Papa chiede di ascoltare i poveri e di «risolvere le cause strutturali della povertà» superando «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri»; al «popolo di Dio» di «far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che esponga» perché «la proposta del Vangelo non è soltanto quella di un rapporto individuale e intimo» con il Signore e perché le «strutture di peccato» e «d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene». Non manca un richiamo al lavoro: la gente deve avere un «buon lavoro», annota il Pontefice.
Tre dei cinque capitoli dell’Esortazione apostolica guardano ai poveri attraverso la Scrittura e la storia della Chiesa. Il Papa tiene a evidenziare che l’opzione preferenziale per i poveri è fondata «teologicamente». «Con uno sguardo misericordioso Dio si è rivolto alle sue creature prendendosi cura della loro condizione umana e, quindi, della loro povertà». Nell’Antico Testamento «Dio è il rifugio dei poveri» e, attraverso i profeti, «denuncia le iniquità a danno dei più deboli». Cristo è presentato come un povero ed è definito «Messia povero» e il «Messia dei poveri e per i poveri».
Poi il documento passa in rassegna numerosi “testimoni” accanto agli ultimi. Dai Padri della Chiesa, San Giovanni Crisostomo e Sant’Agostino, ai testimoni che hanno abbracciato i bisognosi: San Giovanni di Dio e San Camillo de Lellis, prima ancora San Basilio e poi San Benedetto, quindi San Francesco d’Assisi, Santa Chiara, San Domenico, [il gigante della carità San Vincenzo de’ Paoli]; gli “apostoli” dell’educazione dei dimenticati: San Giuseppe Calasanzio, San Giovanni Bosco, Sant’Antonio Rosmini, ma anche molte congregazioni femminili; i santi dei migranti: San Giovanni Battista Scalabrini e Santa Francesca Saverio Cabrini, prima santa cittadina americana e patrona dei migranti; la brasiliana Santa Dulce dei poveri, l’«angelo buono di Bahia».
Quindi, Papa Leone XIV rivolge l’attenzione al magistero degli ultimi 150 anni, che «offre una miniera di insegnamenti che riguardano i poveri» a partire dalla Dottrina sociale: Papa Leone XIII con la Rerum novarum; Papa Giovanni XXIII con l’appello ai Paesi ricchi nella Mater et Magistra a non rimanere indifferenti davanti ai Paesi oppressi da fame e miseria; Papa Paolo VI, la Populorum progressio e l’intervento all’ONU per «un mondo più solidale»; Papa Giovanni Paolo II che aveva consolidato «il rapporto preferenziale della Chiesa con i poveri»; Papa Benedetto XVI che con la Caritas in veritate aveva proposto una lettura «più marcatamente politica» delle crisi del terzo millennio; e infine le intuizioni di Papa Francesco.
Una particolare attenzione è riservata al Concilio Vaticano II che «è stata una tappa fondamentale nel discernimento ecclesiale riguardo ai poveri». Il Papa cita ampiamente l’Arcivescovo di Bologna, Cardinale Giacomo Lercaro, che sosteneva: «Questa è l’ora dei poveri».
Infine il rimando alle Conferenze dell’Episcopato Latino-Americano (CELAM), dove i poveri non sono più «oggetti di beneficenza» ma «soggetti», e in cui si sollecita a «educare a vivere nella costante solidarietà». L’«amore» per i poveri – assicura Papa Leone XIV – è «garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio». E il Papa esorta a riscoprire il valore dell’elemosina che, dice citando San Giovanni Crisostomo, è «l’ala della preghiera: se non aggiungi un’ala alla tua preghiera, a malapena potrà volare» e che permette di «toccare la carne sofferente dei poveri».
Indice dei podcast trasmessi.

La presentazione di “Dilexi te”
Durante la presentazione di Dilexi te il 9 ottobre 2025 presso la Sala Stampa della Santa Sede si è parlato di povertà nella Chiesa. Un messaggio che invita tutti a riflettere su come ognuno può fare la differenza.
Il Cardinale Michael Czerny, SI, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, nella sua presentazione ha ricordato, che “trattare i poveri con dignità è il primo atto di pace”. Ha sottolineato che la povertà è una questione che riguarda tutti, perché “la giustizia nasce dall’inclusione”. Ci sono tre strade da seguire: Eucaristia, educazione e servizio. Solo così, ha detto il Cardinal Czerny, si può costruire una società che riconosce il valore di ogni persona. Parlando della stesura di Dilexi te, il Cardinal Czerny ha detto: “Non è importante dire chi ha scritto cosa. È 100% di Francesco, 100% di Leone”. Ha spiegato anche cosa significa “strutture di peccato”, come il traffico di droga, che nasce da tante scelte sbagliate e influenza la società. Ha chiarito che il documento non è rivolto solo ad un Paese o ad una categoria, ma a tutti: “Siamo Cattolici, siamo inclusivi”.
Il Cardinale Konrad Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, ha raccontato il lavoro concreto dell’Elemosineria Apostolica. Ha affermato, che Dilexi te è un segno di ciò che la Chiesa fa ogni giorno per chi è in difficoltà. Ha parlato dei tanti aiuti dati durante la pandemia e della solidarietà verso i migranti e i rifugiati. “Vestendo i poveri vesti Cristo”, gli ha detto Papa Francesco. Il Cardinal Krajewski ha raccontato di un pranzo con i poveri in Vaticano. Uno di loro gli ha chiesto: “Perché ci tratta così? Noi non siamo nessuno”. Lui ha risposto: “Così farebbe Gesù”. Ha spiegato come la carità deve essere immediata e concreta, senza sprechi o burocrazia inutile: “Se i soldi non vengono dati per i poveri, sarai nell’inferno senz’altro”, ricordando le parole di Papa Francesco.
Fra Frédéric-Marie Le Méhauté, OFM, Provinciale dei Frati Minori di Francia e Belgio, nella sua presentazione ha sottolineato, che i poveri non sono solo destinatari di aiuto, ma veri protagonisti: “Ogni persona indigente dovrebbe poter sentire queste parole: ‘Io ti ho amato’”.
La Piccola Sorella di Gesù Clémence, della Fraternità delle Tre Fontane, ha condiviso la sua esperienza con le donne Rom in Sud Italia. Ha evidenziato, che i poveri insegnano a mettere al centro l’essenziale e mostrano una saggezza che spesso dimentichiamo. Per i religiosi, Dilexi te è anche un invito a rivedere come vivono la povertà. Clémence ha detto che bisogna “vivere con gli ultimi per vedere il mondo con un’altra prospettiva”.
