La Delegazione Tuscia e Sabina al convegno sulla Serva di Dio Maria Cecilia Baij a Montefiascone

Sabato 26 settembre 2026, una rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata dal Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro, ha partecipato a Montefiascone, su invito delle Benedettine del Monastero di San Pietro, al convegno San Giovanni Evangelista, San Giuseppe e la scrittura di Maria Cecilia Baij. Suggerimenti artistici nella chiesa monastica della Serva di Dio.

I lavori, dedicati alla Serva di Dio Maria Cecilia Baij, Badessa del Monastero di San Pietro per quasi vent’anni e una delle più importanti mistiche del XVIII secolo, sono stati presieduti dall’Arcivescovo Fabio Fabene, Segretario del Dicastero delle Cause dei Santi. Ha moderato i lavori la Prof.ssa Nadia Togni, docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Ginevra e Segretario del Centro Storico Benedettino Italiano di Cesena. L’incontro si è aperto con i saluti di Don Roberto Mingolla, Delegato Episcopale per la Vita Claustrale della Diocesi di Viterbo.

Sono intervenuti il Prof. Mons. Carmelo Pellegrino, dell’Università Gregoriana, sul tema La rivelazione al Discepolo Amato e la manifestazione ai credenti nel Vangelo di Giovanni; Suor Annamaria Valli, OSBap, su San Giovanni Evangelista, la Serva di Dio Maria Cecilia Baij e la vita di Fede; la Prof.ssa Barbara Aniello, dell’Università Gregoriana, su San Giuseppe tra rivelazione privata e tradizione iconografica in Maria Cecilia Baij; Dom Donato Ogliari, OSB, Abate di San Paolo fuori le Mura, su Il monastero come luogo di ascolto della Parola di Dio. La relazione conclusiva, Informazioni sulla causa di beatificazione della Serva di Dio Cecilia Baij, è stata tenuta dal Prof. Padre Pierdomenico Maria Volpi, S.O.Cist., Cappellano di Merito con Placca d’Argento e Referente della Delegazione per l’Abbazia di Casamari.
Copertina

Il convegno è stato organizzato nell’ambito delle iniziative legate al processo di canonizzazione della Serva di Dio Maria Cecilia Baij, con il patrocinio ufficiale del Centro Storico Benedettino Italiano e della Fondazione Res Novae, a seguito del precedente convegno intitolato La provocazione del Cuore svoltosi il 13 settembre 2025, volto sempre a valorizzare la figura e la spiritualità di Madre Baij.

Alle ore 17.00, al termine dell’incontro, Dom Donato Ogliari ha presieduto i solenni Primi Vespri della XXVI Domenica del Tempo Ordinario, accompagnati dal canto gregoriano delle monache. La Lettura Breve è stata letta dal Nob. Avv. Roberto Saccarello.

A margine dell’evento, il Nob. Avv. Roberto Saccarello si è intrattenuto con S.E.R. Mons. Fabio Fabene e con Dom Donato Ogliari, illustrando loro le attività caritative che la Delegazione svolge da molti anni in favore del Monastero di San Pietro.

Un legame di vicinanza e sostegno

La presenza al convegno si inserisce in un rapporto che la Delegazione della Tuscia e Sabina coltiva da anni con la comunità benedettina del Monastero di San Pietro. La Delegazione sostiene regolarmente le monache Benedettine con generi alimentari e beni di prima necessità. In occasione del pellegrinaggio a Montefiascone del 23 aprile 2022, donò al monastero mille mascherine e gel igienizzante. La vicinanza alla comunità si è espressa anche nella partecipazione alla chiusura dell’Inchiesta Diocesana sulla Serva di Dio Maria Cecilia Baij nel 2024, al convegno a lei dedicato nel 2025 e alla professione solenne di Suor Sophia Maria della Croce.

La Serva di Dio Maria Cecilia Baij

La Serva di Dio Madre Maria Cecilia Baij (1694-1766) è una delle grandi personalità «nascoste con Cristo in Dio»: figure delle quali, nel corso del tempo, riemergono il ricordo, la vita, l’opera e, soprattutto, lo spirito che ha dato senso alla loro esistenza. Sembra che l’uomo avverta come insopprimibile il grido che sale dal profondo: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, come terra deserta, arida senz’acqua», come pregava il re Davide nel deserto di Giuda (Sal 63,1).

Se Francesco d’Assisi trascorreva le notti ripetendo con le labbra e nel cuore «Dio mio e mio tutto», Madre Maria Cecilia Baij, qualche secolo dopo, si sentì dire dal suo «Amante»: «Tu tutta mia, io tutto tuo». Era il 17 febbraio 1729, quando iniziò a scrivere i *Colloqui*, nei quali si trova questa radicale richiesta d’amore.

Cecilia Felicita Baij – questo il nome ricevuto al battesimo – nacque a Montefiascone il 4 gennaio 1694 da Carlo, falegname originario di Milano, e dalla nobildonna viterbese Clemenza Antonini, appartenente a una famiglia prestigiosa che aveva però perduto i propri beni.

Le pagine della sua autobiografia ci fanno conoscere una bambina pronta e vivace, ma fin dai primi anni irresistibilmente attratta dalla preghiera: «Ricordo benissimo che di cinque anni, nel tornare a scuola, in qualche stretto di strada dove non potevo essere veduta, dicevo al Signore che mi facesse tutta sua, che mi desse il suo amore, e quivi sfogavo i miei affetti e per qualche tempo mi trattenevo».

Dopo un breve periodo nel quale, come racconta lei stessa, avvertì il fascino di una compagna leggera e l’attrattiva degli affetti umani, pur senza giungere a compiere il male, decise definitivamente di consacrarsi a Dio. Contro il parere della madre, il 16 maggio 1711 entrò come educanda nel Monastero della Visitazione della Beata Vergine Maria di Viterbo, detto della Duchessa, dell’Ordine Cistercense. Non vi si trovò a suo agio, a causa della scarsa osservanza della regola religiosa, ed espresse il desiderio di trasferirsi nel monastero di Montefiascone. I familiari, tuttavia, erano contrari, poiché lo ritenevano poco prestigioso.

Lasciò il monastero viterbese nel 1712 e il 12 aprile entrò nel Monastero benedettino di San Pietro a Montefiascone, con l’aiuto di Padre Egidio Bazzarri, che in seguito sarebbe stato anche suo confessore e direttore spirituale. Il 15 agosto 1713 ricevette l’abito dalle mani dell’Abate Luca Corneli, padrino di battesimo del fratello Francesco, assumendo il nome di Maria Cecilia.

Dopo essere stata Maestra delle Novizie e Vicaria, fu eletta Badessa il 10 luglio 1743. Ricoprì l’incarico quasi ininterrottamente per un ventennio: fu rieletta nel 1749, nel 1752, nel 1756, nel 1759 e nel 1765, a testimonianza della considerazione di cui godeva presso le consorelle e l’autorità ecclesiastica.

Attraversò, come molti mistici, prove interiori ed esteriori: dalle sottili ostilità di alcune monache all’asprezza dei confessori – tra i quali San Leonardo da Porto Maurizio -, che talvolta la trattavano come un’illusa e talvolta la rassicuravano. Ne uscì sempre con umiltà e distacco da sé. Nel frattempo riportava la pace fra le consorelle in disaccordo, elevava il tono spirituale della comunità e si offriva di espiare per quanti la offendevano.

Ammalatasi nel 1765, morì il 6 gennaio 1766, a 71 anni, mentre ricopriva ancora l’incarico di Badessa.

Durante la sua vita, Cristo sofferente volle associarla alla sua Passione e, a questo scopo, ne purificò il cuore attraverso dure prove, rendendola degna di ricevere grazie e favori eccezionali.

Gli importanti scritti lasciati dalla Serva di Dio, da lei ricevuti per illuminazione divina, ne fanno un’apostola e una messaggera dell’amore di Dio, nonché una grande mistica del XVIII secolo. Scrisse in particolare tre opere considerate fondamentali nella storia della mistica: Vita interna di Gesù Cristo, Vita interna di San Giuseppe e Vita interna di San Giovanni Battista. Esse sono il frutto delle locuzioni interiori che la monaca riceveva e trascriveva fedelmente in obbedienza al confessore.

La prima edizione della Vita interna di San Giuseppe uscì nel 1921, trascritta e presentata da Don Pietro Bergamaschi, allora Direttore Spirituale del Seminario Regionale di Montefiascone e attento studioso delle opere della Serva di Dio. Incoraggiato da eminenti personalità del tempo – da Papa Benedetto XV, che gli fornì i mezzi per la pubblicazione e al quale dedicò il volume, fino all’Abate ordinario di San Paolo fuori le Mura, il futuro Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, in seguito elevato agli onori degli altari -, Mons. Bergamaschi iniziò nel 1916 lo studio dei manoscritti, tuttora conservati nell’archivio del monastero dove la Serva di Dio fu Badessa per quasi vent’anni.

Da quell’assiduo lavoro nacquero le edizioni della Vita interna di Gesù Cristo, della Vita interna di San Giuseppe, della Vita interna di San Giovanni Battista e, infine, della Vita della Serva di Dio Donna Maria Cecilia Baij. Mons. Bergamaschi morì prima di poter pubblicare i Colloqui tra la Serva di Dio e Gesù.

Oltre agli scritti oggi in gran parte noti perché pubblicati o utilizzati dai suoi biografi, Maria Cecilia Baij ha lasciato un vasto carteggio, insieme a poesie, preghiere e altri brevi testi, conservati presso il Monastero di San Pietro a Montefiascone. Le sole lettere sono oltre duemila. Tra il 2007 e il 2010, il Dipartimento di Storia e Cultura del Testo e del Documento dell’Università della Tuscia ha completato un progetto di catalogazione e riproduzione digitale di questo materiale inedito.

Il Monastero di San Pietro

Il Monastero delle Benedettine di San Pietro a Montefiascone, anticamente intitolato a Santa Bibiana, ha origini molto antiche. Il suo nome attuale potrebbe derivare dal primitivo cenobio benedettino maschile di San Pietro, situato nei pressi del lago di Bolsena e documentato a Montefiascone nell’anno 852. I Benedettini, giunti in città durante il periodo delle invasioni barbariche che seguirono la caduta dell’Impero Romano, dimorarono, oltre che a San Pietro, anche nei cenobi di San Pancrazio e di San Simeone.

Ricostruire le origini del monastero delle Benedettine è arduo: le irruzioni dei Goti e dei Vandali e l’incendio dell’archivio monastico, avvenuto agli inizi del Seicento, hanno causato la perdita di preziosi documenti. Le strutture murarie e architettoniche, in particolare quelle del salone, del pianterreno e del primo piano, attestano tuttavia l’antichità della costruzione.

Nel XVII secolo l’intero complesso fu interessato da significativi interventi di risistemazione. Nel 1652 venne istituita la farmacia, a servizio dell’intera città; una vasta ristrutturazione dello stabile fu poi realizzata nel decennio 1671-1681. Altre misure, volte a risollevare le Benedettine dalla difficile condizione spirituale e materiale in cui versavano, furono adottate dal Cardinale Gregorio Barbarigo, Vescovo di Montefiascone, con i decreti della visita del 1688.

Nel 1719 le monache decisero di costruire il nuovo coro e la volta della chiesa, che fu interamente risistemata e dotata di tre nuovi altari in stucco.

Il campanile fu restaurato nel 1752. Ospita quattro campane: quella di San Pietro risale al 1301 e fu fusa da un certo Matteo da Viterbo; la seconda è dedicata a Santa Scolastica; la terza, detta *Bibianella*, è del 1829; l’ultima, dedicata a San Benedetto, fu fusa dal fonditore viterbese Luigi Belli nel 1830.

Nel 1810 le Benedettine, che nel frattempo avevano adottato la vita comune (1802), furono costrette dal governo napoleonico ad abbandonare il monastero. Cinque anni dopo ne ripresero possesso, ma nel 1870 il nuovo Stato italiano confiscò l’intero complesso. Messo all’asta nel 1905, esso fu riacquistato dalle monache stesse.

Nel 1944 il monastero ottenne l’autonomia giuridica, che contribuì in modo decisivo allo sviluppo della scuola, nonostante i disagi provocati dalla Seconda Guerra Mondiale.

Le forme attuali del monastero si devono ai lavori intrapresi in età rinascimentale e proseguiti nei secoli successivi. Restano tuttavia parti della struttura originaria in alcuni ambienti del piano seminterrato, oggi adibiti a cantine e autorimessa, che testimoniano le origini medievali del complesso.

Questi vani si distinguono per la presenza di robusti archi diaframma che, emergendo dalle pareti o da pilastri a esse addossati, sorreggono il soffitto ligneo, in larga parte riparato e sostituito. La tipologia di tali sostegni li accomuna a quelli che, a Montefiascone, scandiscono i saloni della Rocca Papale e gli ambienti dell’ala settentrionale dell’ex convento degli eremitani di Sant’Agostino.

L’impiego degli archi a tutto sesto per sostenere la copertura degli ambienti risponde a un sistema molto diffuso nell’architettura religiosa e civile del Viterbese a partire dalla seconda metà del XIII secolo. Archi a sesto acuto ricorrono, per esempio, nella navata della Chiesa di San Francesco; possenti archi a pieno centro si trovano nei sotterranei e nel salone intermedio del Palazzo Papale, nella struttura sottostante la Loggia della Morte, nei locali dell’Ospedale della *Domus Dei* e nelle sale oggi occupate dal Museo Civico, un tempo ambienti del Monastero di Santa Maria della Verità.

L’uso dell’arco diaframma come elemento strutturale a sostegno delle coperture si diffuse soprattutto per opera dei monaci cistercensi. Nell’area viterbese, il centro di irradiazione di questo e di altri modelli fu l’Abbazia di San Martino al Cimino che, insieme agli altri insediamenti cistercensi, ebbe un ruolo fondamentale nel programma di politica territoriale promosso da Papa Innocenzo III. Gli ambienti del piano seminterrato del Monastero benedettino di Montefiascone appartengono a questa diffusa tipologia, suggerendo una loro datazione al XIV secolo.

Al pianterreno si trova il Comunichino, certamente la parte più antica del piano sul quale si sviluppa l’attuale complesso monastico. Era collegato alla chiesa esterna attraverso una grata in ferro, tramite la quale le monache di clausura potevano assistere alla Messa. Un’altra apertura simile, ma più piccola, permetteva loro di confessarsi e ricevere la Comunione. Da qui il nome Comunichino.

La scarsità di notizie sui secoli più antichi rende difficile stabilire la funzione originaria di questo ambiente. Si può tuttavia ipotizzare, in base ai soggetti affrescati, che le sue pareti appartenessero alla chiesa primitiva o a un piccolo oratorio utilizzato dalla comunità monastica.

L’antica struttura fu successivamente modificata e inglobata nelle nuove costruzioni, realizzate a partire dalla seconda metà del XV secolo. Allo stesso periodo risale probabilmente anche lo spazio antistante il Comunichino, come suggerisce lo stile rinascimentale degli elementi scolpiti che lo caratterizzano, fra cui i peducci a sostegno delle crociere e le chiavi di volta.

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