La Delegazione Napoli e Campania celebra una Santa Messa in memoria del Soldato Napolitano a Santa Caterina a Formiello in Napoli

La Delegazione di Napoli e Campania del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha organizzato una Solenne Celebrazione Eucaristica In Memoria al Soldato Napolitano, che si terrà venerdì 9 ottobre 2026, alle ore 18.00, presso la Chiesa di Santa Caterina a Formiello, in Piazza Enrico de Nicola 49, nei pressi di Porta Capuana a Napoli. La Santa Messa sarà presieduta dal Parroco, Don Carmine Amore, nel ricordo dei soldati che servirono il Regno delle Due Sicilie.

La celebrazione avrà luogo pochi giorni dopo la ricorrenza della battaglia del Volturno, che vide contrapporsi gli uomini guidati da Giuseppe Garibaldi e le truppe del Regno delle Due Sicilie, comandate dal Maresciallo Giosuè Ritucci e fedeli a Re Francesco II di Borbone. I combattimenti si svolsero tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860, con la fase decisiva il 1º ottobre, nell’area compresa tra Capua, Caserta e Santa Maria Capua Vetere.

Con questa celebrazione, la Delegazione intende onorare la figura del Soldato Napolitano e la memoria di tanti giovani e giovanissimi, spesso rimasti senza volto e senza nome, che per il loro Re e la loro terra misero in gioco e persero ogni cosa. Il loro sacrificio richiama anche il rispetto della dignità umana, talvolta negata nella durezza del conflitto, e quei gesti di lealtà, pietà e carità verso l’avversario che Francesco II esortava a compiere.

In questo ricordo viene rievocato l’episodio di una sortita garibaldina sul Volturno: il maltempo e la corrente travolsero le barche, facendo cadere gli uomini in acqua. I soldati borbonici si tuffarono per salvarli dall’annegamento e, una volta a terra, li rifocillarono e li trattarono con umanità e dignità, soccorrendo chi fino a poco prima avevano affrontato in battaglia.
Copertina

Memoria storica
e vocazione Costantiniana

Non sono molte le esperienze umane che hanno attraversato il tempo e lo spazio, giungendo fino a noi pressoché immutate nei loro valori essenziali. Le celebrazioni Costantiniane intendono offrire un contributo alla comprensione del significato che le tradizioni dell’Ordine e il carisma della Cavalleria Cristiana conservano ancora oggi. Esse richiamano una concezione Cristiana dell’autorità come servizio, sull’esempio della testimonianza di San Giorgio, Patrono dell’Ordine Costantiniano, e nel riferimento alla Regola di San Basilio. La memoria storica si inserisce così in un cammino spirituale che invita a riconoscere nella fedeltà, nella carità e nella responsabilità verso il prossimo un impegno da vivere nel presente.

Queste celebrazioni confermano l’impegno attuale dei Cavalieri e delle Dame Costantiniani. La difesa della Fede e la testimonianza Cristiana, espresse nelle opere di carità e nello spirito di servizio, costituiscono un’eredità che essi custodiscono con dedizione, guardando con fiducia al futuro. La Croce, visibilmente rappresentata nelle insegne che indossano, richiama ciò che portano nel cuore e orienta il loro servizio alla Glorificazione della Croce, alla Propaganda della Fede e alla Difesa di Santa Romana Chiesa.

San Giorgio, loro Patrono, benedica e custodisca ciascuno di loro e li renda gioiosi strumenti di pace.

La Chiesa di Santa Caterina a Formiello

La Chiesa di Santa Caterina a Formiello è un edificio monumentale situato nel quartiere San Lorenzo, in Piazza Enrico de Nicola, nei pressi di Porta Capuana e Castel Capuano. Di impianto rinascimentale, è una delle chiese di Napoli di maggiore interesse per le sue forme architettoniche e per la storia del complesso religioso di cui fa parte.

L’attuale complesso sorge sul luogo di una precedente chiesa, più piccola, dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, vergine e martire, costruita sul finire del Quattrocento insieme all’annesso convento, inizialmente affidato ai frati celestini. La chiesa fu detta fin dall’origine «a Formiello», dal latino ad formis, ossia «presso i condotti» o «presso i canali», poiché nelle sue vicinanze l’antico acquedotto della Bolla entrava in città. Quest’ultimo fu sostituito, sul finire del XIX secolo, dall’acquedotto del Serino, tuttora in uso. L’intero complesso religioso sorgeva nella zona orientale della città, a ridosso di Porta Capuana e di Castel Capuano, all’interno della nuova cinta muraria aragonese, che aveva ampliato lo spazio urbano più antico.

La chiesa custodisce reliquie dei Martiri d’Otranto, uccisi il 14 agosto 1480 dalle truppe ottomane per non aver rinnegato la propria fede. Nel 1492 Alfonso d’Aragona, Duca di Calabria e futuro Re Alfonso II di Napoli, fece trasferire a Napoli parte delle spoglie dei martiri, insieme a quelle dei soldati e dei due capitani che avevano combattuto a Otranto, Francesco Zurlo e Giovanni Antonio Delli Falconi. Le spoglie furono inizialmente collocate nella Chiesa della Maddalena, allora inutilizzata e, per l’occasione, denominata Santa Maria dei Martiri. Quando le monache della Maddalena tornarono nel loro complesso claustrale, le reliquie furono trasferite, probabilmente già nel 1497, nell’antica chiesetta di Santa Caterina e poste in una piccola cappella in laterizio, sostenuta da angeli di marmo. Durante il regno di Federico d’Aragona iniziò per la Chiesa di Santa Caterina una nuova fase della sua storia: nel 1499 il sovrano la concesse ai padri domenicani della Congregazione riformata di Lombardia, che ricostruirono l’edificio sacro nelle forme attuali e rimasero nel complesso fino alla soppressione del convento, avvenuta nel 1806, durante il Decennio francese.

Alla costruzione della nuova chiesa, avviata agli inizi del Cinquecento e caratterizzata da evidenti influssi toscani, contribuirono diverse famiglie nobili della città, tra cui gli Acquaviva d’Atri, i Sanseverino di Bisignano e, in particolare, gli Spinelli di Cariati, ai quali fu concesso di disporre di una cappella anche nella zona presbiteriale. La nuova chiesa assunse fin dall’origine l’impianto che conserva tuttora. Una volta completato l’edificio domenicano, nel 1574 le reliquie dei Martiri d’Otranto furono ricollocate sotto l’altare del Rosario, nel transetto destro.

L’impianto rinascimentale dell’edificio è rimasto sostanzialmente fedele alla configurazione cinquecentesca. Tra il 1706 e il 1708 fu realizzata sul sagrato, su commissione della Deputazione del Tesoro, l’edicola di San Gennaro. Nel 1739 le reliquie dei Martiri d’Otranto furono nuovamente trasferite, questa volta nella seconda cappella di sinistra.

Nel corso dell’Ottocento, dopo la soppressione del convento domenicano nel 1806, gran parte del complesso fu destinata a nuovi usi. A partire dal 1815, con il ritorno sul trono di Ferdinando di Borbone, che dal 1816 avrebbe assunto il titolo di Re Ferdinando I delle Due Sicilie, gli ambienti conventuali furono riadattati anche a lanificio militare. Nel 1901 le reliquie dei Martiri d’Otranto furono nuovamente spostate e trovarono la loro collocazione definitiva nella quarta cappella di sinistra della chiesa.

Il terremoto dell’Irpinia del 1980 provocò infine gravi danni alla stabilità dell’edificio, rendendo necessari lunghi e importanti interventi di restauro.

Don Carmine Amore

Don Carmine Amore, presbitero dell’Arcidiocesi di Napoli, è stato ordinato sacerdote il 20 giugno 1999. Dal 2010 è Parroco di Santa Caterina a Formiello ed è membro di diritto del Consiglio Presbiterale Diocesano.

Svolge il proprio ministero nell’area di Porta Capuana, nel centro storico napoletano, in un contesto profondamente legato alla storia della città e alla memoria borbonica.

Alla cura pastorale della comunità affianca un impegno sociale ed educativo, con particolare attenzione ai giovani e alle opportunità offerte dall’oratorio parrocchiale per sottrarli all’influenza della criminalità. Nei suoi interventi pubblici ha denunciato la facilità con cui i ragazzi possono procurarsi illegalmente armi, richiamando la responsabilità delle istituzioni e l’importanza della collaborazione tra parrocchie, famiglie, scuole e associazioni.

È intervenuto ripetutamente contro lo spaccio, gli episodi di violenza e microcriminalità, il degrado urbano e l’abbandono dell’area di Porta Capuana, chiedendo interventi coordinati per garantire sicurezza, condizioni igieniche adeguate e vivibilità ai residenti.

Il suo impegno comprende anche la tutela del patrimonio storico e artistico: ha segnalato rischi per gli affreschi del complesso di Santa Caterina a Formiello e, nel marzo 2026, ha denunciato la mancanza di servizi di custodia e pulizia nelle chiese monumentali napoletane, sottolineando la necessità di assicurarne la conservazione e l’accessibilità.

Il busto di Re Francesco II di Borbone

Nel gennaio 2023 è stato collocato nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello un busto bianco del Servo di Dio Francesco II di Borbone, opera del maestro nolano Leopoldo Santaniello, realizzato in collaborazione con la Bottega delle Due Sicilie. L’iniziativa è stata promossa da cittadini e sostenitori della memoria borbonica, insieme all’Associazione culturale Maria Carolina di Sant’Antonio Abate.

La cerimonia di benedizione del busto è stata preceduta dalla celebrazione della Santa Messa, presieduta dal Parroco Don Carmine Amore. Durante la liturgia, il celebrante ha rivolto parole di ricordo e di apprezzamento all’ultimo Re delle Due Sicilie; successivamente ha benedetto il busto, concludendo con l’invocazione: «Servo di Dio Francesco II, prega per noi».

Approfondimenti

Nella relazione In memoria dei soldati Napoletani, che fino alla fine del Regno delle Due Sicilie nel 1860 servirono la Corona e la Nazione con un’incrollabile fedeltà. «Viva ò REE», presentata durante il XXVI Incontro Tradizionalista di Civitella del Tronto, svoltosi il 23 e il 24 marzo 1996, Mario Montalto, noto studioso e saggista di storia militare borbonica, rievocava la memoria dei soldati dell’Esercito delle Due Sicilie che mantennero la fedeltà alla dinastia dei Borbone durante le vicende del 1860 e fino alle ultime resistenze del 1861. Questo percorso culminò nella difesa di Gaeta e nella resa della fortezza di Civitella del Tronto.

Stralci della relazione sono stati pubblicati con il titolo Onore al Soldato Napoletano su questo sito l’8 ottobre 2022, offrendo un ulteriore contributo alla conoscenza di quelle testimonianze di fedeltà.

Gran parte delle tesi e delle ricerche documentali presentate da Montalto in quel convegno è confluita nei suoi libri della collana «Le Sensiglie», editi da Editoriale Il Giglio, in particolare nel volume L’Esercito delle Due Sicilie e nel saggio I Cacciatori Napoletani 1821-1861.

L’efficienza dell’Esercito Borbonico nella ricostruzione storica

Dalla caduta del Regno delle Due Sicilie sono stati formulati numerosi giudizi negativi sul suo Reale Esercito, spesso descritto come indisciplinato e poco efficiente sul piano tattico.

Davide Di Blasi, nel suo saggio Esercito Borbonico inefficiente? Una bugia storica» su Napoli ZON il 25 giugno 2021, ha proposto una lettura diversa, sottolineando le qualità di uno strumento militare che, nella sua ricostruzione, si distinse per un significativo livello di preparazione e di efficienza. A sostegno di questa valutazione, ha richiamato i riconoscimenti espressi da ufficiali francesi e svizzeri, nonché dallo stesso Napoleone Bonaparte, nei confronti di reparti napoletani.

Il Generale francese Nicolas Charles Victor Oudinot, secondo Duca di Reggio, figlio del celebre Maresciallo napoleonico Nicolas Charles Oudinot., nel suo scritto De l’Italie et de ses forces militaires, del 1835, osservava: «L’esercito napoletano è istruito e molto bello. Le truppe che lo compongono sono oggetto di una sollecitudine attiva e illuminata da parte di un sovrano dotato di inclinazioni militari. Infine esso possiede in tutte le armi degli ufficiali di alto merito».

Le origini dell’Esercito Napoletano sono legate a Carlo di Borbone, che il 10 maggio 1734 fece il suo ingresso a Napoli, nel corso della conquista del Regno. Il sovrano diede un primo ordinamento all’esercito regio: le forze militari furono portate a 40 battaglioni di fanteria e a 18 squadroni a cavallo, nove di dragoni e nove di cavalleria propriamente detta, affiancati da un consistente corpo di artiglieria e da un corpo di ingegneri.

Un passaggio fondamentale nel consolidamento dell’Esercito Napoletano fu la legge del 25 novembre 1743, con la quale Re Carlo dispose la costituzione di 12 reggimenti provinciali, formati da cittadini del Regno. A questi si affiancavano reggimenti composti da soldati svizzeri, valloni, provenienti dalla regione storica della Vallonia, oggi parte del Belgio, e irlandesi.

Maria Carolina, divenuta Regina di Napoli nel 1768, favorì nel 1776 l’allontanamento del Ministro Bernardo Tanucci e, successivamente, l’ascesa dell’Ammiraglio John Acton. Chiamato a Napoli nel 1778 per riorganizzare la Marina, Acton ne assunse la direzione nel 1779 e ricevette anche la responsabilità della Guerra nel 1780.

Acton attuò una serie di riforme dell’apparato militare del Regno. Per quanto riguarda l’esercito, cercò di migliorare la preparazione degli ufficiali, eliminò alcuni corpi con funzioni prevalentemente di parata e promosse la formazione militare attraverso la fondazione del Collegio della Nunziatella.

Le forze armate napoletane, così rinnovate, presero parte, nell’ambito dell’alleanza con l’Inghilterra contro la Francia rivoluzionaria, alla difesa di Tolone, affrontando una prova impegnativa e distinguendosi nelle operazioni militari.

Seimila soldati napoletani parteciparono alla difesa della città e furono tra gli ultimi reparti a reimbarcarsi. Il corpo di spedizione rientrò in patria il 2 febbraio 1794, dopo aver subito perdite pari a circa 200 caduti e 400 feriti.

Nel periodo 1796-1798 si ricorda, in particolare, la prova offerta dalla divisione di cavalleria napoletana, formata dai reggimenti Re, Regina, Principe e Napoli, nelle operazioni della Campagna d’Italia contro i francesi. I cavalieri napoletani, comandati dal Brigadiere Ruitz, ricevettero apprezzamenti sia dagli alleati austriaci sia dagli avversari francesi, tra cui lo stesso Napoleone Bonaparte.

Dopo aver riunito nel 1816 il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia in un unico Stato, Re Ferdinando I procedette anche all’unificazione dei rispettivi eserciti, ponendo le basi di un’organizzazione militare comune per il Regno delle Due Sicilie.

A partire dal 1816, una serie di provvedimenti riorganizzò le forze armate delle Due Sicilie. Secondo la ricostruzione richiamata, il processo di fusione portò a un esercito di circa 60.000 effettivi, riuniti in un apparato militare unitario.

Ferdinando II, che riponeva nelle capacità militari dell’esercito maggiore fiducia rispetto al padre e al nonno, ne promosse ulteriormente il miglioramento, intervenendo sulle dotazioni di armi, sulla preparazione e sulla disciplina dei reparti.

Nel decennio conclusivo del Regno delle Due Sicilie, il Collegio della Nunziatella continuò a formare ingegneri militari di elevata preparazione, mentre la Marina e l’Esercito disponevano di strutture e dotazioni articolate. Alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, l’armata di Francesco II contava, secondo i dati riportati nella ricostruzione, circa 90.000 soldati e 3.000 ufficiali. L’ultimo sovrano borbonico è stato spesso descritto come poco capace nel comando; Di Blasi ne propone invece una valutazione diversa, sostenendo che, anche nei momenti più difficili e pur condizionato dai consigli dei ministri, impartì direttive militari valide, rimaste tuttavia in larga misura inascoltate.

Nella medesima ricostruzione viene posto in particolare risalto il valore dei soldati, la cui abnegazione e lealtà verso il proprio Re furono talvolta superiori alla capacità dei loro comandanti. Questa fedeltà li condusse a Gaeta, uno degli ultimi baluardi della monarchia borbonica, teatro di un lungo e durissimo assedio, protrattosi dall’autunno del 1860 fino alla capitolazione del 13 febbraio 1861. La resistenza delle ultime guarnigioni proseguì ancora a Messina e a Civitella del Tronto: con la resa di quest’ultima fortezza, il 20 marzo 1861, si concluse la vicenda militare del Reale Esercito delle Due Sicilie.

La battaglia del Volturno

La battaglia del Volturno si svolse tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860, con la fase decisiva il 1º ottobre, nell’area del fiume Volturno, tra Capua, Caserta e Santa Maria Capua Vetere. Circa 24.000 uomini guidati da Giuseppe Garibaldi, affiancato da ufficiali come Nino Bixio e Stefano Türr, affrontarono circa 25.000-30.000 uomini del Regno delle Due Sicilie, comandati dal Maresciallo Giosuè Ritucci e fedeli a Re Francesco II di Borbone.

L’esercito borbonico mosse da Capua per attaccare in forze le posizioni garibaldine, cercando di spezzarne il centro e l’ala sinistra e di aprirsi la strada verso Napoli. Dopo ore di aspri combattimenti e un’iniziale difficoltà delle camicie rosse, il contrattacco guidato personalmente da Garibaldi e la difesa dell’ala destra affidata a Nino Bixio arrestarono l’offensiva napoletana, costringendo le truppe borboniche alla ritirata. Le stime delle perdite variano secondo le fonti: per i garibaldini si indicano circa 2.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri; per i borbonici, perdite complessive analoghe o superiori, con oltre 3.000 soldati catturati.

La sconfitta compromise gravemente la capacità offensiva dell’esercito borbonico e segnò una svolta decisiva nella campagna meridionale. Si inserì nel processo militare e politico che, con l’avanzata dell’esercito piemontese e l’assedio delle ultime fortezze borboniche. La caduta di Gaeta avvenne il 13 febbraio 1861 con la capitolazione della fortezza borbonica assediata dalle truppe sabaude, segnando la fine del Regno delle Due Sicilie e che condusse alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861.

Foto di copertina: composizione grafica per la Solenne Celebrazione Eucaristica «In Memoria al Soldato Napolitano», che si terrà venerdì 9 ottobre 2026, alle ore 18.00, nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, in Piazza Enrico de Nicola 49 a Napoli, nei pressi di Porta Capuana. La Santa Messa sarà presieduta dal Parroco, Don Carmine Amore.
L’immagine riunisce lo stemma del Reale Esercito di Sua Maestà il Re del Regno delle Due Sicilie e rielaborazioni delle illustrazioni storiche raffiguranti il Genio in gran tenuta (autore sconosciuto, 1850), i Guastatori, gli Artiglieri a cavallo e il Trombetta, l’Ufficiale Superiore e il Sottufficiale del 13º Battaglione Cacciatori in gran tenuta (Antonio Zezon, 1854).

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