Nel contesto delle attività di valorizzazione del patrimonio storico-artistico e devozionale del territorio, il ritorno della Sacra Immagine di Maria Santissima Liberatrice nel suo santuario rappresenta un evento di particolare rilievo non solo per la Città di Viterbo, ma per l’intero patrimonio spirituale e culturale nazionale.
La Delegazione della Tuscia e Sabina
e il legame Costantiniano
con la Madonna Liberatrice



La partecipazione di una rappresentanza della Delegazione delle Tuscia e Sabina, guidata dal Delegato, Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro, ha assunto in significato particolare. Sin dalla sua istituzione nel 2002, la Delegazione della Tuscia e Sabina è profondamente legata ai Padri Agostiniani, che ne accompagnano il cammino spirituale, promuovendo la devozione a Maria Santissima Liberatrice. La chiesa della Santissima Trinità rappresenta il punto di riferimento per la vita liturgica della Delegazione.
Nel 2018, accanto alla sacra immagine della Madonna Liberatrice, è stato collocato un ritratto dell’Infante di Spagna S.A.R. Don Carlos di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Calabria, alla presenza del figlio e successore S.A.R. Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie e Orléans, Duca di Calabria, Conte di Caserta, Capo della Real Casa delle Due Sicilie. In tale occasione fu inaugurata anche la cappella Costantiniana, dove è custodito un pregevole Crocifisso ligneo del XVI secolo, restaurato a cura della Delegazione.

Il ritorno della Madonna Liberatrice
al suo santuario in Viterbo
Restaurata l’antica immagine mariana
tra devozione secolare
e tutela del patrimonio
L’incontro nella Sala Mendel del Complesso Agostiniano della Santissima Trinità ha costituito un’importante occasione di approfondimento, consentendo di coniugare l’analisi tecnica dell’intervento conservativo con una più ampia riflessione sul valore storico, artistico e devozionale dell’antica immagine mariana, radicata nella tradizione locale sin dal XIV secolo. La tavola, attribuita secondo la tradizione a Gregorio e Donato d’Arezzo e databile intorno al 1320, testimonia infatti una continuità di culto che attraversa i secoli, mantenendo intatto il suo significato identitario per la comunità.
Ad aprire l’incontro sono stati i saluti di Padre Vito Logoteto, OSA, seguito dai saluti istituzionali. Quindi, sono intervenuti il Vescovo Orazio Francesco Piazza; il Prof. Padre Rocco Ronzani, O.S.A.; la Dott.ssa Luisa Caporossi, Responsabile dell’Area funzionale Patrimonio Demoetnoantropologico della Soprintendenza per la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale; il Dott. Saverio Ricci, Funzionario storico dell’arte; e la Dott.ssa Alessia Felice, Restauratrice di beni culturali.
Particolarmente significativo è stato il contributo offerto dalla Dott.ssa Alessia Felici, che ha illustrato con competenza le complesse condizioni conservative dell’opera. Dopo circa sette secoli di esposizione, l’immagine si presentava infatti gravemente compromessa: la superficie pittorica risultava interessata da graffi, abrasioni, diffuse ridipinture e alterazioni di varia natura, oltre alla presenza di residui di cera. L’opera, originariamente un affresco staccato, aveva subito nel corso dei secoli interventi invasivi, tra cui il distacco settecentesco con l’intero intonaco e un successivo restauro novecentesco che ne aveva drasticamente assottigliato il supporto.
Le indagini diagnostiche condotte durante l’attuale intervento hanno tuttavia restituito elementi di straordinario interesse, rivelando, attraverso l’uso di tecniche spettrografiche, la presenza originaria di un ricco apparato di dorature oggi perdute. Tra i dettagli emersi, particolare suggestione ha suscitato il motivo della rosa, simbolo mariano di profonda valenza teologica e devozionale, che contribuisce a restituire alla figura della Vergine una rinnovata dolcezza espressiva.
Il restauro si è configurato come il risultato di una virtuosa sinergia istituzionale. La proprietà pubblica della chiesa della Santissima Trinità ha infatti consentito l’intervento diretto del Ministero dell’Interno quale ente finanziatore, in collaborazione con la Prefettura e la Soprintendenza. Il Prefetto di Viterbo, Sergio Pomponio, ha sottolineato il valore del concetto di “restituzione”, evidenziando come lo Stato abbia riconosciuto l’urgenza di preservare e valorizzare un bene appartenente alla collettività da oltre sette secoli. Analogamente, il Sindaco Chiara Frontini ha posto l’accento sul legame profondo tra la rigenerazione del patrimonio artistico e la crescita della comunità cittadina, ricordando come la devozione alla Madonna Liberatrice sia parte integrante dell’identità collettiva viterbese. Tale visione è stata condivisa anche dal Dott. Saverio Ricci, che ha evidenziato il valore metodologico dell’esperienza maturata, quale esempio di efficace collaborazione tra le diverse articolazioni dello Stato.

Il momento culminante della giornata si è svolto durante la Celebrazione Eucaristica, quando il Vescovo Orazio Francesco Piazza ha proceduto all’ostensione dell’immagine, sancendone il ritorno al culto. La devozione alla Madonna Liberatrice affonda le proprie radici nel noto episodio del maggio 1320, quando, secondo la tradizione, la città fu liberata da una grave infestazione diabolica per intercessione della Vergine, evento che segnò l’inizio di un culto destinato a consolidarsi nei secoli, anche grazie alla presenza degli agostiniani nel territorio.
La partecipazione di autorevoli esponenti del mondo ecclesiastico e culturale, ha ulteriormente confermato il valore dell’iniziativa quale punto di incontro tra ricerca storica, tutela del patrimonio e fede viva della comunità.
Il ritorno della Madonna Liberatrice nel suo santuario si configura pertanto non solo come un importante traguardo sul piano conservativo, ma anche come un segno tangibile di continuità tra passato e presente, capace di rinnovare un patrimonio di devozione che da sette secoli accompagna la storia e la spiritualità della città.
L’origine della devozione
alla Madonna Liberatrice
in Viterbo
Il fatto miracoloso del 1320
Nel mese di maggio del 1320 (sul giorno i cronisti non sono concordi) un avvenimento straordinario terrorizzò gli abitanti di Viterbo e li spinse nella chiesa della Santissima Trinità a far voti per la loro liberazione dinanzi all’immagine della Madonna. Un testimone oculare, Giovan Giacomo Sacchi, così racconta: “Ricordo come a dì 28 maggio 1320 apparsero in Viterbo nell’aere grandissimi segni che derno terrore a tutto il populo con tenebre horribili et figure de demoni, che parea che subissasse il mondo; et apparse miraculo di una figura di Nostra Donna ne la Cappella del Campana in Santo Agustino sopra Faule et per sua gratia fommo liberati”.
Sacchi non entra nei particolari del fatto, a differenza degli altri cronisti del tempo, ma descrive le sensazioni che l’avvenimento ha suscitato in lui e nei suoi concittadini. Ha comunque ricordato il giorno, l’anno, i segni straordinari che terrorizzarono i Viterbesi, le orribili tenebre e le immagini diaboliche, e la liberazione miracolosa per grazia della Vergine che apparve nella cappella, fondata dal Signor Campano, nella chiesa degli Agostiniani. Cosa successe veramente?
Sembra che dal Bullicame siano uscite ceneri e gas che abbiano riempito e oscurato il cielo, e che terremoti continui abbiano scosso la terra.
I Viterbesi ritennero di essere stati liberati per intercessione della Madonna che si venera nella chiesa della Santissima Trinità e per questo poi venne sempre invocata come Liberatrice del popolo viterbese.
Fu un avvenimento così strepitoso che lo scorrere del tempo, la fantasia popolare, l’interpretazione degli artisti e degli scrittori, possono aver abbellito di particolari, ma non possono aver alterato la sostanza del fatto. Tanto più che questo avvenimento, ritenuto miracoloso, coinvolse le autorità ecclesiastiche e civili, e quindi fu istituita una festa per commemorarlo solennemente ogni anno.
La sacra immagine
della Madonna Liberatrice
L’affresco della Madonna con il Bambino, non si sa con precisione in quale anno sia stato eseguito e neppure con assoluta certezza chi ne sia stato l’autore. Possiamo senz’altro supporre che sia stato dipinto qualche decennio prima del fatto miracoloso. Oggi, sulla base degli studi svolti dallo storico Corrado Buzzi negli archivi viterbesi, viene attribuito a Gregorio e Donato, due pittori aretini, operanti tra la fine del secolo XIII e la prima metà del XIV nel territorio della Tuscia. Tuttavia, chiunque ne sia stato l’autore, o gli autori, questa immagine, alla quale è legato il fatto portentoso del 1320, divenne ben presto oggetto di culto e devozione per tutta la Città.
La devozione popolare volle avere il prodigio per sempre davanti agli occhi per conservare nel cuore la dovuta riconoscenza. Fu così che il prodigio venne riprodotto in due grandi affreschi nella chiesa della Trinità. Di ambedue queste pitture si sono conservate le incisioni in rame, fatte eseguire dal Comune nel 1727, quando si demolì l’antica chiesa per innalzare l’attuale. Le ha comunque riprodotte il Bussi nella Storia di Viterbo a pag. 189. È difficile stabilire attraverso le approssimative riproduzioni del Bussi a che periodo possano risalire. Non dovrebbero comunque essere molto posteriori ai fatti che rappresentano.
La Cappella della Madonna divenne ben presto luogo di grande devozione per tutta la città e le sue pareti si arricchirono di numerosi ex voto. Uno tra i più curiosi, e che spicca notevolmente tra quelli appesi nella cappella della Madonna, è una lunga e grossa catena di ferro. Si vuole che a questa catena fossero stati legati venticinque Cristiani prigionieri dei Saraceni. Costoro, avendo saputo dei molti miracoli che si operavano in Viterbo nel Santuario della Madonna Liberatrice, fecero voto che, se fossero stati liberati, sarebbero venuti a Viterbo a portare la lunga catena alla loro Liberatrice.
Preghiera di affidamento
alla Madonna Liberatrice
Santa Madre di Gesù, dolce Madonna Liberatrice, in Te noi confidiamo e a te ci consacriamo.
Sii presente in ogni casa ad ispirare l’amore fedele degli sposi, il rispetto per la vita, la gioia sana degli affetti familiari.
Guidaci nel cammino della vita Cristiana, conforta gli ammalati e gli anziani, e fa’ che nessuno si senta solo, dimenticato o abbandonato per colpa nostra.
Affidiamo a Te le nostre parrocchie, i sacerdoti, il seminario, le comunità religiose insieme al bisogno e alla speranza di nuove vocazioni per il sacerdozio e la vita consacrata.
A Te affidiamo la nostra Città perché cresca nella concordia, sempre fedele alle tradizioni cristiane. Proteggila da ogni pericolo e dona a tutti salute, lavoro, serenità o nostra cara Maria Santissima Liberatrice.
