


Seconda foto, la rappresentanza della Delegazione della Toscana al termine della Santa Messa.
Terza foto: la colazione conviviale.
La Pieve dei Santi Pietro e Paolo
La Pieve dei Santi Pietro e Paolo, situata nella frazione di Cascia del Comune di Reggello, nella Città Metropolitana di Firenze e appartenente alla Diocesi di Fiesole, sorse in prossimità di un’antica via di comunicazione, probabilmente su un insediamento longobardo.

La parte più antica è rappresentata dalla torre campanaria, verosimilmente edificata come “gardingo” longobardo (VI secolo), successivamente riutilizzata come torre del Castelvecchio dei Conti Guidi (VII secolo) e infine trasformata in campanile.
La chiesa fu costruita in prossimità del più tardo Castel Nuovo di Cascia, residenza estiva dei Vescovi di Fiesole, ed è documentata già nel 1040; la consacrazione risalirebbe al 1073.
L’edificio attuale, tra le più interessanti pievi del Valdarno per la qualità delle sculture e per l’impianto architettonico romanico, fu realizzato probabilmente in un arco temporale compreso tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Alla prima fase appartiene con certezza la regolarità dei conci di pietra accuratamente lavorati.
La facciata, realizzata in bozze di pietra regolari, è decorata nella parte superiore da arcatelle cieche ed è preceduta da un portico a cinque arcate, sostenute da colonne monolitiche coeve a quelle interne, concluse da capitelli di gusto classicheggiante.

L’interno, modificato nel Seicento con l’aggiunta di grandi altari, è stato riportato all’aspetto originario grazie ai “restauri” degli anni Sessanta del Novecento. Lo spazio, austero e armonico, è suddiviso in tre navate separate da colonne con capitelli classicheggianti; fanno eccezione, nella penultima campata, alcuni pilastri quadrangolari. L’abside è unica e semicircolare.
Tra i capitelli, si distinguono quelli della prima e della terza colonna di destra, decorati con teste umane e animali. Di particolare interesse è il capitello della quinta colonna di destra, detto del “rispetto umano”, che presenta un rilievo figurato con quattro cavalieri, dal significato allegorico, e motivi decorativi tipici dell’arte romanica.
Alcune opere un tempo conservate nella chiesa sono oggi esposte nell’adiacente Museo Masaccio, inaugurato nell’aprile 2002, tra cui la Madonna in trono con il Bambino, angeli adoranti e santi, nota come Trittico di San Giovenale, di Masaccio.
All’interno della chiesa si conservano inoltre: un Crocifisso processionale proveniente dall’oratorio detto “della Casellina”, risalente al secondo quarto del Trecento; l’affresco staccato con l’Annunciazione di Mariotto di Cristofano, cognato del Masaccio, databile intorno al 1420; la Madonna in gloria col Bambino tra i santi Giovanni Evangelista e Rocco, opera di un pittore fiorentino della prima metà del Seicento; e la Crocifissione di Domenico Soldini, firmata e datata 1619.
Il Trittico di San Giovenale

Il Trittico di San Giovenale è un dipinto a tempera e oro su tavola (pannello centrale 108×65 cm, pannelli laterali 88×44 cm) di Masaccio, datato 23 aprile 1422 e conservato nel Museo Masaccio a Cascia di Reggello. Si tratta della prima opera conosciuta di Masaccio, nonché del più antico saggio dell’arte nuova del Rinascimento conosciuto in pittura di uso della prospettiva geometrica rinascimentale, ma anche la prima, capostipite di quella ricerca spaziale che in pittura avrà come obiettivo la riproduzione del vero che c’è in natura.
Nel gennaio del 1422 Masaccio si registrava all’Arte dei Medici e Speziali che accoglieva anche i pittori, accollandosi le cospicue tasse di iscrizione e di rinnovo periodiche. Ciò testimonia come il pittore doveva sentirsi sufficientemente coperto da entrate derivanti da commissioni. La data alla base del dipinto, a soli 4 mesi di distanza dalla sua iscrizione, fa presupporre che Masaccio abbia dipinto l’opera verosimilmente a Firenze. Qui dettagli stilistici dimostrano un suo contatto con la cerchia di artisti fiorentini più all’avanguardia, in particolare Filippo Brunelleschi e Donatello.
La pala fu dipinta per la piccola chiesa di campagna di San Giovenale, un minuscolo borgo a 2 km circa da Reggello e a pochi chilometri da San Giovanni Valdarno, luogo di origine di Masaccio.
A San Giovenale il trittico rimase per secoli, fino alla sua scoperta nel 1961. L’opera era in cattivo stato di conservazione e il primo ad occuparsene, intuendo l’autografia del grande maestro, padre della pittura rinascimentale, fu Luciano Berti. Con il restauro del dipinto venne alla luce una scritta sulla base con la data 23 aprile 1422, che confermò l’ipotesi attributiva: a quella data Masaccio era l’unico pittore nel panorama fiorentino che, oltre a rifiutare il decorativismo del gotico internazionale allora dominante, era in grado di conoscere e applicare la prospettiva centrale a unico punto di fuga, come si vede nel trono della Madonna. Tale procedimento era stato infatti ideato e redatto da Filippo Brunelleschi tra il 1416 e il 1420 circa. Se si esclude il rilievo del San Giorgio che libera la principessa di Donatello (1417 circa) questa è l’opera pittorica più antica dove appaia applicato tale principio, che divenne poi uno dei marchi di fabbrica più caratterizzanti del Rinascimento fiorentino.
Inizialmente l’opera fu ospitata a Firenze nei depositi della Galleria degli Uffizi, in attesa della collocazione definitiva. La sua importanza ne giustificava la collocazione nella Galleria fiorentina accanto alla Sant’Anna Metterza, ma fortunatamente prevalse il criterio di mantenere le opere nel loro territorio di appartenenza e fu scelta come sede la pieve di San Pietro a Cascia, dalla quale dipendeva storicamente la Chiesa di San Giovenale. Così il Trittico ritornò a casa nel dicembre del 1988, posto all’apice della navata sinistra, per essere collocato definitivamente nel museo d’arte sacra appositamente creato, il Museo Masaccio, a 1 km circa di distanza dal luogo di destinazione originario, nel 2007.
L’opera è composta da tre tavole. Quella centrale, di dimensioni maggiori, è decorata da una Maestà, cioè una Madonna col Bambino in trono, con due angeli inginocchiati ai suoi piedi. Già nella scelta del trono si rivela un rifiuto del gusto goticheggiante, presentando solide forme romaniche, con la sola decorazione di intarsi alla maniera dei Cosmati. Il Bambino tiene nella mano sinistra un grappolo d’uva (oggi quasi completamente scolorito), simbolo dell’eucaristia, che ha appena mangiato, come dimostrano i due ditini in bocca. Tutto lo spazio, anche nei pannelli laterali, è unificato secondo un unico punto di fuga centrale, che si trova dietro il volto della Vergine. Ad esso tendono le linee del voluminoso trono, ma anche quelle travi che formano il pavimento. Solo Brunelleschi poteva aver insegnato la tecnica della prospettiva in quegli anni, poiché all’epoca i suoi esperimenti pionieristici erano appena conclusi e ancora poco conosciuti.
La Madonna ha una forte presenza fisica, evidenziata dal mantello che cade con plasticismo, anziché perdersi nelle sinuose linee dell’ornato tardogotico.
Nelle tavole laterali si trovano due santi ciascuno: a sinistra Bartolomeo e Biagio, a destra Giovenale e Antonio Abate. La scelta di san Giovenale è naturalmente legata alla chiesa a cui il Trittico era destinato e ce lo presenta vestito nell’abito vescovile e con il libro aperto al Salmo 109. Accanto a lui si trova Sant’Antonio Abate, protettore delle campagne e spesso raffigurato nelle opere delle chiese di campagna. A sinistra San Bartolomeo, riconoscibile dal Vangelo di San Matteo, che secondo la sua leggenda portò con sé nella predicazione in India e il coltello con cui fu scorticato e martirizzato e San Biagio martire, con l’abito vescovile, il pastorale e lo strumento dei cardatori con cui fu martirizzato.
A una prima vista l’opera non appare particolarmente innovativa, infatti non venne notata per secoli.
Il volto della Vergine nasconde il punto di fuga dell’intera composizione spaziale, dirigendo lo sguardo dello spettatore verso il fulcro della scena.
