La Delegazione Napoli e Campania visita la Casa della Pace “Don Tonino Bello” presso la Parrocchia dei Santi Giovanni e Paolo in Napoli

Mercoledì 14 gennaio 2026, una rappresentanza della Delegazione di Napoli e Campania del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha vissuto una serata di intensa fraternità e carità concreta presso la Parrocchia dei Santi Giovanni e Paolo e l’annessa Casa della Pace “Don Tonino Bello” a Napoli.

L’incontro, articolato in più momenti, ha unito il gesto pratico dell’aiuto materiale, la preghiera comunitaria, l’ascolto della storia e della missione della Casa, la condivisione della cena e, infine, la visita agli ambienti, permettendo ai Cavalieri e alle Dame presenti di conoscere più da vicino la quotidianità di un’opera che chiede cure, attenzione e continuità.

La Casa della Pace, inserita nel contesto della comunità parrocchiale, è un luogo pensato per accogliere persone in situazione di fragilità, con un’attenzione particolare alle mamme con bambini piccoli. La sua intitolazione a Don Tonino Bello richiama, in modo eloquente, la dimensione evangelica della pace come costruzione quotidiana: pace come dignità restituita, come ascolto, come cura, come opportunità di ripartenza. La pace, infatti, non è un sentimento astratto o un semplice augurio, ma un lavoro paziente fatto di gesti concreti, presenza, responsabilità condivisa e vicinanza alle ferite del nostro tempo.

La rappresentanza della Delegazione di Napoli e Campania è stata guidata dal Delegato, Conte Don Gianluigi Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Duchi di Laurenzana, Cavaliere di Giustizia, accompagnato dalla consorte; con il Segretario Generale ad interim, Nob. Antonio Masselli, Cavaliere de Jure Sanguinis; il Responsabile della Comunicazione ad interim, Prof. Antonio De Stefano, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento, accompagnato dalla consorte; e la Responsabile delle Attività Operative ad interim, Avv. Valeria Pessetti, Dama di Merito con Placca d’Argento.
Copertina

La consegna dei beni:
un aiuto concreto
per la vita quotidiana

La rappresentanza della Delegazione si è riunita alle ore 17.30 per la consegna di beni destinati alla Casa della Pace, raccolti e portati con l’intento di rispondere a esigenze pratiche della vita comunitaria. In una struttura che ospita oltre venti persone, tra donne e bambini, infatti, ciò che spesso può sembrare “ordinario” diventa essenziale: la cucina, la biancheria, l’ordine degli spazi, la possibilità di riporre e custodire gli effetti personali, la cura della casa come ambiente sicuro e accogliente.

Sono stati consegnati, in particolare: posate, mestoli e utensili per la cucina, cesti per i panni sporchi, pentole, scatoloni e contenitori di plastica utili per sistemare e organizzare oggetti e biancheria, lenzuola, accappatoi, copridivano e trapunte. Oggetti semplici ma importanti, che contribuiscono a dare stabilità e decoro alla vita domestica e ad alleggerire le necessità quotidiane della comunità ospitata: dalla preparazione dei pasti alla gestione della biancheria, fino al riposo sereno nelle ore notturne.

Il gesto della consegna è stato vissuto non come un atto formale, ma come un segno di prossimità: la carità Cristiana, quando si traduce in cose utili e in attenzioni concrete, diventa un modo per dire “non siete soli”, e per affermare che la dignità passa anche attraverso la cura dei dettagli. È proprio nei piccoli servizi – spesso nascosti, ma indispensabili – che si misura la qualità dell’accoglienza: una casa che funziona, una cucina attrezzata, un ambiente ordinato e pulito sono parte integrante del percorso di serenità e ricostruzione che la Casa intende offrire.

Il cibo portato per la cena:
la carità come presenza
non solo come dono

Accanto ai medicinali, donati dal Dott. Antonio Steardo, Cavaliere di Merito, e dal Dott. Massimo Ragno, Postulante, consegnati in un momento precedente, e ai beni materiali, la rappresentanza della Delegazione ha portato anche cibo e pietanze per trascorrere la cena insieme agli abitanti della Casa. L’intenzione, fin dall’inizio, è stata quella di condividere tempo e presenza: sedersi insieme, conoscersi, ascoltarsi, creare un clima familiare.

In questo senso, la serata ha assunto un valore particolarmente significativo: la tavola, nella tradizione Cristiana, è luogo di incontro e di fraternità; e la scelta di cenare insieme ha reso tangibile uno stile di carità che non si limita all’assistenza, ma costruisce relazione. La condivisione del pasto, soprattutto in un contesto di accoglienza, diventa un gesto che abbatte distanze, genera fiducia e restituisce normalità. Per molte persone ferite dalla guerra, dalla violenza e dalla precarietà, “normalità” significa proprio questo: un tempo sereno, un momento senza paura, un volto che ascolta, una presenza non giudicante.

La Santa Messa

Alle ore 18.00 ha avuto inizio la serata con la celebrazione della Santa Messa del Mercoledì della I Settimana del Tempo Ordinario, presieduta da Parroco Don Salvatore Melluso presso la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, assistito da due seminaristi che lo aiutano in parrocchia e durante le celebrazioni, Emanuele e Luigi, ministranti della Parrocchia che tra poco prenderanno l’accolitato.

La Prima Lettura (1Sam 3,1-10.19-20 – Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta), il Salmo Responsoriale (Sal 39 (40) – Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà) e la Preghiera dei fedeli sono stati recitato dal seminarista Luigi.

Il Vangelo (Mc 1,29-39 – Guarì molti che erano affetti da varie malattie) è stato proclamato dal Parroco.

Nella sua omelia, prendendo spunto dalla Liturgia della Parola del giorno, Don Melluso ha richiamato anzitutto il tema dell’ascolto e della risposta alla chiamata del Signore: la fede, ha ricordato, nasce spesso da un ascolto che si affina nel tempo, come accade a chi impara a riconoscere, dentro le vicende della vita, una voce che invita alla fiducia e alla disponibilità. Ha sottolineato come la vocazione non sia riservata a pochi, ma attraversi l’esistenza di ciascuno: è la chiamata a compiere il bene possibile, là dove si è, con i doni che si hanno, senza rimandare a un domani indefinito.

Ha evidenziato che, in un mondo segnato da fretta e individualismo, l’ascolto è già un atto di amore: saper ascoltare Dio nella preghiera e saper ascoltare il prossimo nella sua fragilità. L’ascolto, ha osservato Don Melluso, è la prima forma di cura, perché permette di “vedere” davvero la persona davanti a noi, non la sua etichetta, non la sua storia raccontata da altri, ma il suo volto e i suoi bisogni reali.

Don Melluso ha poi collegato questa prospettiva alla realtà della Casa della Pace, indicandola come luogo di ascolto e di rinascita: una casa in cui non si offre soltanto un riparo, ma si prova a ricostruire un cammino; una casa in cui le persone, spesso provate da storie complesse, possono riscoprire un orizzonte di fiducia e riprendere in mano la propria vita.

Richiamando il brano del Vangelo proclamato, Don Melluso ha posto l’accento sull’immagine di Gesù che entra nella concretezza delle situazioni umane: non rimane distante, ma si avvicina, incontra, tocca, rialza. È un Vangelo che chiede di essere tradotto in gesti concreti: la fede non è teoria, ma prossimità; non è parola astratta, ma responsabilità; non è emozione passeggera, ma scelta quotidiana. In questo senso, la presenza della Delegazione e il gesto della consegna dei beni si traducono come testimonianza di un impegno che si fa azione: un impegno che desidera farsi stabile, collaborativo e rispettoso della vita e dei ritmi di una realtà di accoglienza.

Dalla chiesa al teatro:
una comunità che si ritrova

Terminata la Celebrazione Eucaristica, i partecipanti si sono trasferiti nel teatro parrocchiale, ambiente capace di ospitare un momento di incontro più ampio e di ascolto comunitario. Qui sono stati raggiunti dagli abitanti della Casa: mamme con bambini piccoli, persone della comunità, volontari e collaboratori.

Il passaggio dalla chiesa al teatro ha assunto un significato quasi simbolico: dalla liturgia alla vita, dalla preghiera all’ascolto delle storie, in una continuità che rende visibile ciò che la comunità Cristiana è chiamata a essere: casa aperta, presidio di misericordia, luogo in cui la pace si costruisce con la prossimità. In quell’assemblea, fatta di volti diversi e di storie differenti, è emerso un senso profondo di comunione: non un’idea generica di solidarietà, ma un “noi” concreto, capace di includere e di prendersi cura.

La proiezione del video:
memoria, missione
e commozione condivisa

Don Salvatore Melluso ha proposto la visione di un video di circa 15 minuti, che ripercorre la nascita della Casa della Pace “Don Tonino Bello”, la sua missione e i passaggi più significativi del cammino compiuto.

Le immagini e le testimonianze hanno creato un silenzio carico di partecipazione: il racconto delle fatiche iniziali, le scelte coraggiose, la delicatezza con cui vengono accompagnate le persone accolte, la responsabilità quotidiana di mantenere viva una casa che non è soltanto un luogo, ma una promessa. Molti tra i presenti si sono commossi ed emozionati profondamente. Il video, infatti, ha restituito con chiarezza che la Casa della Pace non è un progetto astratto, ma un intreccio di volti, ferite e ripartenze; e che dietro ogni storia vi sono bambini che hanno bisogno di serenità e madri che cercano di ricominciare, spesso dopo percorsi segnati da dolore e precarietà.

La parola di Don Melluso:
come nasce la Casa
le difficoltà affrontate
una vocazione al servizio

Dopo la proiezione del video, Don Melluso ha raccontato come nasce la Casa della Pace e quali sfide abbia dovuto affrontare.

Ha evidenziato che ogni opera di accoglienza nasce da una vocazione: la scelta di non lasciare soli coloro che attraversano momenti di buio, e di offrire non soltanto un tetto, ma un contesto di cura e accompagnamento. Ha ricordato, inoltre, come la Casa, pur essendo radicata nel tessuto parrocchiale, viva in dialogo con il territorio e con le sue urgenze: la povertà che cambia volto, la fragilità che spesso rimane nascosta, l’emergenza che talvolta si manifesta all’improvviso.

Nel suo intervento ha sottolineato la complessità delle storie che la Casa accoglie: situazioni familiari difficili, fragilità economiche e relazionali, la fatica di ritrovare fiducia e stabilità, il bisogno di tutela e di tempi lunghi per rimettere insieme i pezzi della propria vita. Ha insistito sul fatto che, accanto all’accoglienza materiale, è fondamentale l’accompagnamento umano: la presenza, la pazienza, l’ascolto, la capacità di non ridurre le persone alle loro ferite.

Don Melluso ha sottolineato quanto sia impegnativo sostenere quotidianamente una comunità residenziale: la gestione degli spazi, le necessità pratiche, le urgenze improvvise, l’organizzazione della vita comune, l’attenzione educativa per i piccoli, l’ascolto per le mamme, il lavoro di rete con servizi e istituzioni, e il bisogno costante di risorse materiali. Eppure, ha aggiunto, proprio dentro queste fatiche si misura la bellezza della missione: vedere una madre che ricomincia a sorridere, un bambino che torna a sentirsi al sicuro, una storia che lentamente si rimette in piedi. La Casa è stata definita un “laboratorio di pace” nel senso più concreto: pace come dignità, come cura, come ricostruzione di legami, come futuro possibile.

Domande, dialogo e confronto

Al termine del suo intervento, Don Melluso ha dato la parola alla rappresentanza della Delegazione, accogliendo domande e curiosità. Il dialogo è stato partecipe e concreto: si è parlato di necessità attuali, di possibili forme di sostegno, di come costruire una collaborazione stabile che non si esaurisca nella generosità di un solo giorno, ma diventi vicinanza continuativa.

Sono emerse riflessioni sul valore della rete, tra realtà ecclesiali e associative, e sulla responsabilità comune di tutelare, accompagnare e proteggere soprattutto i più piccoli, che nelle situazioni di fragilità rischiano di essere le prime vittime di instabilità e precarietà. In questo senso, la rappresentanza della Delegazione di Napoli e Campania ha espresso la volontà di mantenere un contatto costante con la Parrocchia e con la Casa, per individuare di volta in volta bisogni concreti e modalità di sostegno.

La testimonianza di una mamma:
il volto della speranza

Nel corso della serata ha preso la parola anche una mamma ospite, che ha raccontato la propria esperienza con semplicità e coraggio. Nelle sue parole è emersa la fatica di attraversare momenti difficili e, insieme, il valore dell’accoglienza ricevuta: essere ascoltata, non sentirsi giudicata, poter proteggere i propri figli, e tornare gradualmente a pensare al futuro con fiducia.

La testimonianza ha dato volto e voce a ciò che spesso si riassume in una parola: fragilità. E ha ricordato a tutti che dietro ogni aiuto c’è una persona, una storia, un desiderio di riscatto; e che l’accoglienza, quando è vera, non infantilizza, ma restituisce autonomia e responsabilità. In quel racconto, semplice e intenso, si è colto anche un messaggio profondo: la speranza non nasce da grandi discorsi, ma da presenze fedeli, da mani tese, da persone che non scappano davanti al dolore altrui.

La cena condivisa in teatro:
fraternità semplice e “di casa”

Dopo i momenti di ascolto e confronto, la serata è proseguita con la cena consumata tutti insieme nel teatro. Le pietanze portate dalla rappresentanza della Delegazione hanno reso possibile un tempo conviviale ricco di calore umano: chiacchiere, sorrisi, bambini che giocavano, scambi cordiali.

La convivialità, vissuta con discrezione e semplicità, ha fatto percepire che la Casa non è soltanto un luogo di assistenza, ma un contesto di relazioni, in cui la vita quotidiana può tornare a essere normale e serena. In quel momento, la differenza tra “ospiti” e “visitatori” è sembrata attenuarsi: si è vissuta una fraternità concreta, in cui il tempo condiviso ha avuto il valore di una carezza.

La visita alla Casa:
conoscere gli ambienti
e la quotidianità

Al termine della cena, i presenti hanno visitato la Casa della Pace, potendo conoscere gli ambienti e comprendere meglio l’organizzazione della vita comunitaria. La visita ha reso evidente quanto sia importante che gli spazi siano curati, funzionali e accoglienti: perché l’ambiente, soprattutto per chi ha attraversato traumi e precarietà, non è un dettaglio, ma parte del percorso di ricostruzione.

Ogni stanza, ogni angolo, ogni oggetto utile racconta una scelta educativa e un’attenzione concreta: rendere la casa un luogo dove i bambini possano crescere in serenità e le madri possano recuperare stabilità, ordine e fiducia. È emersa con chiarezza l’importanza di una presenza solidale che non sia episodica, ma costante e rispettosa.

L’impegno della Delegazione:
prendersi cura della Casa
con continuità

La serata si è conclusa con un rinnovato impegno della Delegazione di Napoli e Campania a prendersi cura della Casa della Pace “Don Tonino Bello”, affinché l’incontro non resti un episodio isolato, ma l’inizio o il consolidamento di una vicinanza concreta, fatta di ascolto delle necessità, sostegno materiale quando possibile, presenza e collaborazione con la comunità parrocchiale.

L’auspicio condiviso è che questo luogo possa continuare a essere rifugio, protezione e ripartenza per mamme e bambini, e, al tempo stesso, un segno visibile nel territorio di una Chiesa che si fa prossima e di un laicato impegnato a tradurre la fede in opere.

Il commento della Casa della Pace
dopo la visita Costantiniana

«Grazie al Sacro Ordine Costantiniano di San Giorgio per aver condiviso con noi un momento così prezioso di incontro, dialogo e scambio. La vostra presenza e il vostro sostegno rappresentano un segno concreto di vicinanza e attenzione, fondamentali per continuare a sostenere al meglio la nostra Casa».

Con il Cav. Prof. Antonio De Stefano, ha collaborato per la redazione della presente notizia il Postulante Avv. Carlo Maria Faiello. Il servizio fotografico è a cura del Cav. Prof. Antonio De Stefano e dei Postulanti Mar. Mauro Barbarisi e Dott. Vincenzo Esposito.

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