La Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta in ritiro spirituale a Saint-Oyen

In occasione della ricorrenza della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce – che costituisce, insieme alla Festa di San Giorgio Martire, uno degli eventi religiosi più importanti e sentiti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio – dall’11 al 13 settembre 2026 la Delegazione per il Piemonte e Valle d’Aosta ha vissuto un’esperienza di intensa spiritualità e formazione presso Château Verdun a Saint-Oyen, in Valle d’Aosta. Il ritiro spirituale si è svolto su invito del Delegato Don Andrea dei Marchesi Serlupi Crescenzi, Cavaliere di Giustizia, unitamente al Cappellano di Delegazione Don Damiano Cavallaro e al Cappellano per la Città di Novara Mons. Giampiero Rampin, Cappellani di Merito, ed è organizzato dal Referente per la Città di Aosta Dott. Mirco Ciccarese, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento.

I Cavalieri, Dame e Postulanti partecipanti sono stati chiamati a vivere tre giornate di preghiera, meditazione, formazione e fraternità, nella cornice dell’antica casa forte medievale di Château Verdun, sorta lungo la Via Francigena come luogo di accoglienza e ristoro per i pellegrini, per prepararsi a riprendere con rinnovata consapevolezza le attività e gli impegni dei prossimi mesi, nello spirito e secondo le finalità dell’Ordine Costantiniano. Facendo proprio l’invito rivolto da Gesù agli Apostoli: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» (Cfr. Mc 6,31), nella pace e nel silenzio di un luogo che da secoli accoglie chi è in cammino, il ritiro ha offerto l’occasione per sostare alla presenza del Signore, ristorare lo spirito e approfondire la consapevolezza della propria vocazione Cristiana e del servizio vissuto nell’ambito della Sacra Milizia Costantiniana.

Al centro dell’evangelizzazione apostolica vi è Cristo crocifisso. Accogliere questo annuncio significa, per il Cristiano, seguire il Signore e portare quotidianamente la propria croce.
Saint-Oyen

Venite in disparte
e riposatevi un po’

«Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» (Cfr. Mc 6,31). Queste parole di Gesù, riportate nel Vangelo di Marco, fanno riferimento al ritorno dei Dodici dalla missione loro affidata dal Maestro, che li aveva inviati a predicare e a guarire gli infermi.

È facile immaginare il loro entusiasmo nel raccontare al Signore quanto era loro accaduto e i frutti della missione. San Luca, nel descrivere un’occasione analoga, precisa che i discepoli «tornarono pieni di gioia» (Cfr. Lc 10,17). La gioia, lo stupore e la capacità di meravigliarsi dinanzi a quanto il Maestro opera attraverso coloro che, come gli Apostoli, hanno saputo dire sì a Cristo e mettersi al servizio del progetto di Dio, sono sentimenti di cui ogni cristiano può fare esperienza quando vive pienamente l’amicizia con Lui.

Nel racconto di Marco, Gesù comprende la stanchezza dei suoi e li invita a riposare in disparte, stando soli con Lui. Una sosta per lasciare temporaneamente le occupazioni quotidiane e ritrovare, nel silenzio e nella preghiera, il centro della propria vita e del proprio servizio.

Facendo proprio l’invito rivolto dal Maestro agli Apostoli, anche quest’anno Cavalieri, Dame e Postulanti della Delegazione per il Piemonte e Valle d’Aosta si sono ritrovati nella pace, nel silenzio e nella bellezza di Saint-Oyen per ristorare lo spirito, riunendosi attorno a Gesù, e approfondire la consapevolezza della propria vocazione nel mondo e nell’ambito della Sacra Milizia Costantiniana, prima di riprendere le attività e gli impegni che li vedranno coinvolti nei prossimi mesi.

Château Verdun
luogo di accoglienza
lungo la Via Francigena

Il ritiro spirituale si è svolto presso l’antica casa forte medievale di Château Verdun a Saint-Oyen, a circa 1.350 metri di altitudine, lungo la direttrice che da Aosta conduce al valico del Gran San Bernardo.

Le origini della struttura risalgono al X-XI secolo, quando nacque quale “spitale” e punto di ristoro per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena. Nel 1137 fu donata dai Savoia ai Canonici dell’Ospizio del Gran San Bernardo. Oggi Château Verdun appartiene alla Diocesi di Aosta e prosegue la sua antica vocazione all’ospitalità come casa di accoglienza per singoli, famiglie, pellegrini e gruppi.

La storia stessa del luogo, segnato per secoli dal passaggio di pellegrini e viandanti, si inserisce così nel significato del ritiro: interrompere per alcuni giorni il ritmo ordinario delle attività per ritrovare, nella preghiera, nella meditazione e nella fraternità, le ragioni profonde del proprio cammino.

Dal 2002, accanto a Château Verdun ha sede il Monastero benedettino di clausura Regina Pacis, fondato dal Monastero Mater Ecclesiae dell’Isola di San Giulio.

Il ritiro spirituale

Il ritiro spirituale è iniziato venerdì 11 settembre 2026 con l’arrivo a partire dalle ore 16.00 dei partecipanti, accolti dal Delegato Don Andrea dei Marchesi Serlupi Crescenzi, Cavaliere di Giustizia; unitamente al Segretario generale, Nob. Dott. Gabriele Gregorio Sarlo, Cavaliere di Giustizia; il Tesoriere Dott. Riccardo Bracco, Cavaliere di Merito; la Referente per le relazioni esterne Renata Perino, Dama d’Ufficio; il Consigliere Massimo Trasforini, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento; il Referente per la Città di Torino Arch. Paolo Giannetto, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento; il Referente per la Città di Aosta Dott. Mirco Ciccarese, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento; e il Referente per la Città di Novara Lino Mortarino, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento.

Dopo la cena la prima giornata prosegue con la preghiera dei Vespri e, alle ore 20.45, con la Compieta, ultimo momento di preghiera prima del riposo: «Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua Parola, perché i miei occhi hanno visto la tua Salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli. Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,29-32).

La forza nella Via del Cavaliere

Il programma di sabato 12 settembre inizia alle ore 09.00, dopo i saluti iniziali del Delegato (prima foto sopra), con la meditazione sul tema La forza nella Via del Cavaliere, a cura di Luca Distort, Cavaliere di Merito (seconda foto sopra).

Nel suo intervento il Relatore ha “esplorato,” con approccio storico-antropologico, il tema della virtù della fortezza, unitamente al concetto di gestione della forza, di coraggio e di paura, accompagnate, secondo una prospettiva Cristiana, dall’umiltà, intesa dal Relatore come sincerità verso sé stessi: ossia il saper riconoscere le proprie doti ed i propri limiti per agire, quindi, con responsabilità.

Punto di partenza particolarmente utile per comprendere la nascita e lo sviluppo di questo tema è la contrapposizione tra due poli: da un lato gli archetipi disfunzionali (il pavido, il codardo, il pusillanime, l’opportunista, il bullo, l’arrogante, il narcisista) impiegati per favorire l’auto-analisi ed il superamento di ciò che è contrario alla virtù; dall’altro vengono esposti valori ( quali magnanimità e mansuetudine) e figure positive indicate come modelli di crescita personale, leadership, appartenenza e missione.

A complemento di questa analisi, il Relatore ha condotto un excursus storico circa i concetti di forza e coraggio all’interno del pensiero occidentale, fino all’età contemporanea, soffermandosi su come queste “virtù” siano state interpretate in diverse epoche: dallo spirito cavalleresco del Medioevo, alla visione di Macchiavelli; dalla ragione deificata dell’Illuminismo al titanismo del Romanticismo, fino al mito del superuomo di Nietzsche.

Quindi, il Relatore ha presentato alcuni dei principali modelli disfunzionali:

  • Il pavido. Colui che cede al timore e diviene vittima della paura, in quanto questa porta ad una paralisi decisionale e ad una sorta di egoismo protettivo.
  • Il codardo. Colui che fugge dai doveri e dalle responsabilità, si giustifica a priori, evita il conflitto e rifiuta la correzione.
  • Il pusillanime. Semanticamente è colui che possiede un animo piccolo, rinuncia prima ancora di lottare, ma ostenta ciò che non è, poiché teme il giudizio altrui.
  • L’opportunista. Un vero e proprio “camaleonte sociale”, in quanto simula empatia ma solo per il proprio tornaconto, fugge nelle difficoltà e riappare per appropriarsi dei meriti.

A questi “antimodelli”, caratterizzati da limiti che ostacolano il raggiungimento della fortezza Cristiana, il Relatore ha contrapposte delle virtù:

  • La magnanimità. Letteralmente indica la grandezza d’animo: concepita come il saper affrontare azioni difficili e buone con naturalezza, senza egoismo, con empatia spontanea e amore per il bene. Spesso viene intesa anche come generosità e spiccata capacità di perdono.
  • La mansuetudine. In questo contesto è intesa come la capacità di “tenere la forza sotto controllo”: ovvero il dominio di sé e delle proprie emozioni.

La figura che storicamente appare antitetica agli esempi disfunzionali presentati, capace di coltivare grandezza d’animo e dominio di sé è quella del “guerriero”, colui che, accettando la paura, sa superarla, poiché forgiato dalla disciplina.

Indubbiamente, nel panorama culturale occidentale, il “modello” di guerriero coronato dalla fortezza Cristiana è il Cavaliere: colui che, armato di virtù, coraggio, disciplina, mette la propria forza a servizio di qualcosa di più grande di sé stesso, per difendere i più deboli contro l’ingiustizia, conferendo una dimensione morale all’uso della forza.

Il principale nemico contro cui combattere è innanzitutto all’interno di se stessi. Anima e corpo divengono il primo terreno di battaglia contro ciò che allontana l’uomo da Dio e dalla Virtù: è il “combattimento spirituale” che ogni cristiano deve affrontare, scoprendosi “guerriero”, equipaggiato di quelle armi spirituali descritte dall’Apostolo Paolo: “Prendete perciò l’armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della Fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio” (Ef 6,13-17).

Il Relatore è passato poi a considerare la forza non più in relazione al singolo, ma al “gruppo”: storicamente questa risulta fondata sul senso di comune identità e appartenenza, nutrita da comuni ideali quali sacrificio e fede. Espressione massima di forza esercitata attraverso il proprio sacrificio in difesa della Fede all’interno di un gruppo/comunità dei credenti è ovviamente la figura del Martire, di cui San Giorgio rappresenta fulgido esempio per la Cristianità tutta ed in particolare per la Sacra Milizia Costantiniana, posta sotto il suo Patrocinio.

Alle ore 11.00 è seguito un tempo dedicato alla riflessione e alla preghiera personale e all’incontro con i Confratelli, seguito dal pranzo alle ore 12.30.

Il cerimoniale istituzionale nel XXI secolo

Alle ore 14.30 il Dott. Alex Borinato, Responsabile dell’Ufficio Cerimoniale e Comunicazione istituzionale presso la Presidenza della Regione autonoma Valle d’Aosta, nel suo intervento formativo ha illustrato il significato e la funzione del cerimoniale istituzionale nel XXI secolo, passando poi ad analizzarne la simbologia (bandiere, decorazioni, insegne), l’abbigliamento e il protocollo, considerati quali strumenti di comunicazione, rispetto e ordine.

Punto di partenza fondamentale dell’analisi del Relatore, è stata la definizione dei principi che stanno a fondamento del ruolo e del senso stesso del cerimoniale, come il principio di ordine e non prevaricazione. Il cerimoniale nasce per stabilire un ordine che eviti l’istinto umano di prevaricazione, garantendo attraverso le precedenze, il rispetto e la dignità di ogni carica.

Il principio è la tutela dell’autorevolezza dell’Ente, in base al quale si vuole garantire un’immagine autorevole e coerente dell’Istituzione rappresentata, riflettendo prestigio e serietà.

È molto importante ricordare, ha sottolineato il Relatore, che i simboli, come bandiere, decorazioni e insegne, non sono “vezzi”, ma strumenti per comunicare appartenenza, merito, solennità, lutto e la presenza di alte autorità.

Quindi, il Relatore ha offerto cenni storici relativi al cerimoniale, partendo dall’antichità greco-romana sino alla “democratizzazione” del merito introdotta da Napoleone.

Poi, il Relatore ha fornito una guida pratica sui codici di abbigliamento (dress code), distinguendo tra abiti da giorno e da sera (abito scuro, smoking, frac), e dettagli come l’uso corretto di cravatte, papillon, accessori e scarpe. Inoltre, ha dato ampio spazio all’uso delle onorificenze, che in Italia è regolato dalla legge del 1951, spiegando l’ordine gerarchico nel loro impiego, le autorizzazioni legali necessarie all’esposizione di quelle straniere ed il divieto di utilizzare in pubblico quelle di ordini non riconosciuti (come quelli facenti capo a Casa Savoia); le occasioni d’uso e il galateo per evitare errori comuni.

Infine, il Relatore ha sottolineato l’importanza di rispettare le indicazioni degli inviti e di custodire le insegne con cura, per preservarne il valore simbolico, riflettendo sul rapporto tra forma e sostanza nella comunicazione istituzionale.

Il Delegato ha donato al Dott. Alex Borinato una copia del volume L’Ordine Costantiniano di San Giorgio: Storia, Governo, rapporti con la Repubblica Italiana, procedure autorizzative, decorazioni, porto delle insegne del Dott. Alessandro Scandola; Cavaliere di Merito.

La giornata è proseguita alle ore 17.00 con la celebrazione dei Vespri e, dalle ore 18.00, con un ulteriore tempo dedicato alla riflessione personale. Dopo la cena delle ore 19.30, è stato nuovamente possibile dedicarsi alla riflessione e all’incontro fraterno tra i partecipanti.

Sulle orme del Maestro

La giornata conclusiva di domenica 13 settembre è iniziata alle ore 09.00 con la preghiera dell’Ora Terza, seguita dalla meditazione sul tema Sulle orme del Maestro, condotta dal Cappellano per la Città di Novara Mons. Giampiero Rampin, Cappellano di Merito.

Mons. Rampin ha innanzitutto ricordato come la pienezza della vita umana si esprima nell’incontro con Gesù Cristo. Questo incontro è il motivo stesso che ha portato la Delegazione a ritrovarsi a Saint-Oyen per vivere queste giornate di ritiro spirituale, rispondendo all’invito del Cristo a “venire in disparte”, come ricordato nel Vangelo di Marco. Nel ritirarsi rispetto alla sovrabbondanza di stimoli, di preoccupazioni e di distrazioni che riempiono l’umana quotidianità si compie il primo passo verso un’interiorizzazione che permette di andare al cuore dell’incontro con il Maestro, riallineando corpo e spirito. È qualcosa a cui siamo ormai disabituati dai ritmi stessi delle nostre giornate, durante le quali fatichiamo a trovare il silenzio e spesso lo fuggiamo intenzionalmente, accendendo radio o televisione, pur di evitarlo.

I ritmi della nostra vita hanno bisogno di essere abitati dalla presenza di Dio che si realizza, innanzitutto, attraverso la preghiera: la Chiesa usa da secoli la “liturgia delle ore” per scandire i momenti della giornata e per “sacralizzare il tempo”. Anche noi, che viviamo “immersi” nel mondo, possiamo acquisire questo ritmo attraverso brevi momenti di dialogo con Dio, distribuiti nel corso delle giornate.

Il venire in disparte e ritirarsi comportano spostarsi, anche fisicamente, in un altro luogo: nella tradizione biblica questo viene spesso identificato nella montagna, riconoscendovi il luogo privilegiato dell’incontro tra Dio e l’essere umano. Grazie alla sua altezza, che si staglia verso il cielo staccandosi dalla frenesia della pianura, la montagna simboleggia la trascendenza, la stabilità di Dio e il silenzio necessario per l’ascolto spirituale. Tanto nell’Antico, quanto nel Nuovo Testamento, la montagna non costituisce semplicemente uno sfondo geografico ma un vero e proprio spazio teologico in cui si compiono le tappe fondamentali della Storia della Salvezza: il Monte Sinai e le tavole della Legge, con Mosé; il Monte Oreb e il sussurro di Dio ad Elia; il Monte delle Tentazioni, all’inizio del ministero di Gesù; il Monte delle Beatitudini e il Discorso della Montagna; il Monte Tabor e la Trasfigurazione; il Monte degli Ulivi e poi il Golgota. La montagna è il luogo che segue la fatica della salita e dove si svolgono preghiera e contemplazione: due pilastri sui quali si fonda l’incontro intimo con Dio. preghiera e contemplazione sono il cuore del dialogo tra Dio e l’uomo e l’occasione di crescita nella consapevolezza della propria vocazione ad essere uomini e testimoni dell’annuncio.

Tuttavia non si può rimanere sulla cima (come avrebbe voluto fare Pietro sul Tabor): bisogna tornare a valle per portare nella quotidianità e nel servizio agli altri la luce che si è trovata sul monte. Da quell’incontro e da quella “discesa” nascono l’annuncio, l’esempio personale ed ogni apostolato. Dopo l’esperienza dell’incontro, nel contesto spirituale della montagna, annunciare quanto contemplato è una necessità profonda che chiedendo di essere condivisa.

L’incontro genera in noi la gioia e la speranza: due doni che innescano e danno carattere, autenticità, credibilità ed efficacia all’annuncio del Regno dei Cieli. La speranza Cristiana è dono dello Spirito e nasce dalla Croce di Cristo, perché il sacrificio e l’amore di Gesù crocifisso trasformano la morte in Risurrezione e ogni “sconfitta” in vittoria. Guardare al Cristo crocifisso offre una certezza che non delude: non è ottimismo umano, non dipende dalle forze personali o da calcoli terreni, ma è un dono gratuito fondato sull’amore di Dio.

La croce dà senso al dolore: trasforma l’oscurità in luce e la paura in fiducia, mostrando che nessuna sofferenza è priva di significato. La croce apre alla Pasqua, è il passaggio necessario dove la meta è la vita nuova della risurrezione. Per coglierne il messaggio profondo è necessario chiederci quale posto occupa in noi la croce.

La Santa Messa

Alle ore 11.30 Mons. Giampiero Rampin ha presieduto la celebrazione della Santa Messa, momento culminante del cammino spirituale vissuto durante le tre giornate a Saint-Oyen.

Commentando la pagina del Vangelo di Matteo che la Liturgia proclama in questa XXIV Domenica del Tempo ordinario (Mt 18,21-35 – Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette), Mons. Rampin ha posto al centro della sua omelia il tema del perdono, indicandolo come ciò che definisce l’identità stessa del credente, in quanto persona che, prima di tutto, ha sperimentato la Misericordia di Dio.

L’importanza del perdono Cristiano emerge in modo chiarissimo nella pagina evangelica di questa domenica: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” ( Mt 18,21-22).

Rispondendo alla domanda posta da Pietro, Gesù indica un numero simbolico il cui significato reale si traduce con la necessità, per un Cristiano, di perdonare sempre e senza calcoli, seguendo l’esempio stesso di Gesù: Egli ha insegnato ad amare i nemici e a perdonare senza condizioni, arrivando ad invocare dal Padre il perdono per i suoi carnefici, mentre agonizzava sulla croce.

La capacità di perdonare non può basarsi sulle sole forze dell’uomo, poiché essa nasce dalla preghiera, così come ha insegnato Gesù nelle parole del Padre Nostro consegnate all’umanità, nelle quali il Maestro ci ricorda, inoltre, quanto il perdono ricevuto da Dio sia strettamente legato a quello offerto ai fratelli: “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Quindi siamo capaci di perdonare solo se diventiamo noi stessi canali in cui far scorrere quella Grazia scaturita dal perdono che per primi abbiamo ricevuto da Dio.

Il Padre Nostro, ha concluso Mons. Rampin, sintetizza l’intera dimensione della preghiera: è riconoscimento dell’immensità di Dio e del suo amore; è invocazione di aiuto, per quel pane quotidiano che permette la nostra vita; è pedagogia di perdono perché il cristiano perdonato da Dio diventa capace di ogni relazione, anche la più difficile.

La conclusione

Con il pranzo delle ore 12.30, momento di convivialità e condivisione, si è concluso il ritiro spirituale, dopo tre giorni dedicati alla preghiera, alla formazione, alla riflessione e alla fraternità, per riprendere il cammino e il servizio costantiniano con rinnovata consapevolezza.

«La nostra gloria è la Croce di Cristo»

Il Martirologio Romano ricorda il 14 settembre la «Festa della esaltazione della Santa Croce, che, il giorno dopo la dedicazione della basilica della Risurrezione eretta sul sepolcro di Cristo, viene esaltata e onorata come trofeo della sua vittoria pasquale e segno che apparirà in cielo ad annunciare a tutti la seconda venuta del Signore».

«Non ci sia per noi altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (Cfr. Gal 6,14).

La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che viene celebrata il 14 settembre da molti Cristiani d’Oriente e d’Occidente, è una ricorrenza di antichissima origine gerosolimitana, legata alla dedicazione del complesso basilicale della Risurrezione edificato per volontà dell’Imperatore Costantino e al ritrovamento, secondo la tradizione, della reliquia della Croce di Cristo da parte di Sant’Elena, madre dell’Imperatore, nel IV secolo.

Nel luogo del ritrovamento Costantino fece edificare un grande complesso comprendente l’Anastasis, la rotonda in corrispondenza del Santo Sepolcro, il triportico attorno alla roccia del Golgota e il Martyrium. La dedicazione delle basiliche costantiniane veniva celebrata a Gerusalemme con grande solennità e, in tale occasione, era proposta alla venerazione dei fedeli la reliquia della Croce del Signore. Progressivamente questa venerazione assunse un rilievo tale da dare origine alla Festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

La tradizione della Chiesa ricorda anche la restituzione della preziosa reliquia a Gerusalemme da parte dell’Imperatore Eraclio, dopo che la Croce era caduta nelle mani dei Persiani durante la conquista della Città Santa nel 614.

In Occidente veniva celebrata anche il 3 maggio la festa dell’Inventio Crucis, dedicata al ritrovamento della Vera Croce, ricorrenza che non figura più nel calendario liturgico romano. Nella tradizione bizantina, invece, l’«Universale Esaltazione della Croce preziosa e vivificante» del 14 settembre conserva un’importanza particolare; la Santa Croce viene inoltre venerata in altri momenti dell’anno liturgico, tra cui il 1° agosto e la terza domenica della Grande Quaresima.

Dallo strumento del supplizio
all’albero della vita

Con la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce non viene esaltata la crudeltà di uno dei più terribili strumenti di supplizio dell’antichità, ma l’Amore che Dio ha manifestato agli uomini attraverso il sacrificio di Cristo. Pur essendo Dio, Cristo umiliò se stesso facendosi servo. Questa è la gloria della Croce di Gesù.

La Croce, già segno di morte e di ignominia, diventa per il Cristiano albero della vita, trono e altare della Nuova Alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo, che sulla Croce dona se stesso per la salvezza dell’umanità, nasce il popolo della Nuova Alleanza. La Croce diventa così segno della signoria di Cristo e della vocazione di quanti, attraverso il Battesimo, sono configurati a Lui nella morte per partecipare alla sua Risurrezione e alla sua gloria.

«Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

La sofferenza, vissuta nell’unione con Cristo e non ricercata per se stessa, può essere trasfigurata dalla speranza Cristiana e diventare partecipazione al mistero della sua morte e Risurrezione.

Accostarsi alla Santa Croce significa, dunque, trovare conforto, pace e nuova forza per la vita quotidiana. Attraverso la follia della Croce, lo scandalo della sofferenza può diventare sapienza, e la ferita provocata dal peccato e dall’ingratitudine dell’uomo può divenire, nel sacrificio redentore di Cristo, sorgente di una sovrabbondanza d’amore e principio di una nuova creazione nella gloria.

È questo il significato profondo di una Festa che la Sacra Milizia Costantiniana sente in modo particolarissimo come propria. La Glorificazione della Croce costituisce, infatti, una delle finalità fondamentali del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, insieme alla Propaganda della Fede e alla Difesa di Santa Romana Chiesa.

La preghiera alla Santa Croce
che ha accolto Dio

La Croce del Signore nostro Gesù Cristo sia l’unico vanto del Cristiano (Cfr. Gal 6,14).

In Cristo, la Croce è divenuta strumento di vittoria. Il vero Signore della nostra terra è Cristo. Egli ci esorta a pregare sempre, senza stancarci (Cfr. Lc 18,1). L’Apostolo ammonisce: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» (1Pt 5,8-9).

Seguendo l’esempio del Salmo, nel quale è scritto «Sette volte al giorno io ti lodo, per i tuoi giusti giudizi» (Sal 119 [118],164), ci raccogliamo in preghiera.

Benedetto sia il Signore nostro Gesù Cristo.

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di noi peccatori.

Dio, santo e potente, santo e immortale, che sei stato crocifisso per noi, abbi pietà di noi.

Gloriosa e benedetta, sempre beata Vergine Maria, Madre di Dio, presenta le nostre suppliche al Figlio tuo e nostro Dio, affinché ci liberi dalla tentazione e da ogni nostro pericolo.

Per mezzo della Santa Croce supplichiamo il Signore, affinché mediante essa ci liberi dai peccati e ci doni la vita con la grazia della sua misericordia. Signore Dio nostro onnipotente, donaci la vita e abbi pietà di noi.

Confidando nella Santa Croce, supplichiamo il Signore affinché ci liberi dai peccati e, con la sua misericordia, ci doni la vita e ci faccia vivere. Signore Dio nostro onnipotente, donaci la vita e abbi pietà di noi.

La tua Croce sia per noi rifugio, Signore Gesù. Quando apparirai nella gloria del Padre, tra nubi luminose, noi che speriamo in te non saremo confusi, ma, per la tua grande potenza, gioiremo alla tua destra, come figli della luce e figli del giorno.

Preghiera alla Santa Croce che ha accolto Dio

Mediatrice della nostra salvezza, pegno della speranza del mondo intero, luce radiosa dell’universo, sole dell’amore, rifugio della speranza, santo e tremendo segno della benevolenza di Dio verso di noi, spada pervasa dalla potenza divina che abbatte il nostro avversario, sigillo dei nostri sensi, saldo rifugio della nostra speranza: la tua potenza divina, che mantiene salde le fondamenta del mondo, tenga le nostre anime e i nostri corpi lontani dall’ira, dalla concupiscenza, dall’odio e da tutte le prove e tentazioni spirituali e corporali, e ci custodisca con la tua tremenda potenza nei secoli dei secoli. Amen.

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