L’incontro a Trieste in preparazione alla Santa Pasqua della Delegazione Triveneto ed Emilia

Il 28 marzo 2026, Sabato della V Settimana di Quaresima, Sabato di Lazzaro nella liturgia bizantina, il giorno prima dell’inizio della Settimana Santa con la Domenica delle Palme, Commemorazione dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme, la Delegazione del Triveneto ed Emilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha svolto un incontro presso la basilica cattedrale di San Giusto Martire di Trieste in preparazione alla Santa Pasqua. È il Sabato di Lazzaro nella liturgia bizantino, perché celebra la resurrezione di Lazzaro di Betania, narrata nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-45).

Dalla Prima Lettura, dal libro del profeta Ezechiele (Ez 37,21-28), è giunta la promessa del Signore del ritorno alla Terra dei Padri, mentre il brano del Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,45-56) ha additato la missione di Gesù nella profezia involontaria di Caifa: morire, lui solo, per ricomporre ciò ch’è diviso. racconta che i capi dei sacerdoti e i farisei si ritrovano per discutere di Gesù, il quale costituisce un problema. Egli è realmente un rischio per il mantenimento dei delicati equilibri con l'invasore romano. Gli ebrei mal sopportano la presenza di un popolo straniero nella loro casa e non aspettano altro che un motivo per ribellarsi. E se fosse Gesù a guidare la rivoluzione? È necessario sbarazzarsene. Si pensa di eliminare il problema della rivolta eliminando una persona; si vede in Gesù un sovversivo, un nemico dell'ordine pubblico, lo dimostra andando alla festa, nell'esporsi alla cattura che spezza la dinamica sopra indicata: non è un ribelle, è solo Figlio. E quello che vuole fare il Figlio è annunciare l'amore del Padre. È l'amore ad essere sovversivo perché accoglierlo fa svelare le ambiguità del nostro cuore, porta alla luce le zone oscure che hanno bisogno di essere guarite. È per annunciare questo amore che guarisce che Gesù è disposto a giocarsi la vita. Interamente e solo per amore. "Non verrà alla festa?" Egli verrà alla festa: l'importante è che ci trovi pronti, con le lampade accese, i fianchi cinti e il bastone in mano, per camminare speditamente verso di Lui e con Lui.
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Presso la cappella di San Carlo Borromeo della cattedrale, alle ore 10.15 è stata celebrata la Santa Messa, presieduta dal Cappellano Capo di Delegazione, Mons. Giancarlo Battistuzzi, Cappellano Gran Croce di Merito, alla presenza del Delegato Vicario, Conte Giorgio di Strassoldo-Graffembergo, Cavaliere di Giustizia, e del Segretario Generale, Dott. Alberto Franceschi, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento,

La cappella di San Carlo Borromeo è nota come l’Escorial dell’Esilio, dacché vi trovano sepoltura Don Carlos V di Borbone-Spagna e gli altri pretendenti al trono della linea legittimista borbonico carlista, riparata in esilio a Trieste dopo la sconfitta nelle guerre civili del XIX secolo.

In un momento commovente, il Delegato Vicario ha deposto sull’avello di Carlos V un mazzo di gigli bianchi legati da un nastro azzurro, omaggio alla memoria e alla tradizione della stirpe.

Terminata la Santa Messa – conclusa con la recitazione a una voce della Preghiera del Cavaliere Costantiniano – i partecipanti hanno svolto una visita guidata al vicinissimo Museo d’Antichità J.J. Winckelmann.

La visita è stata accompagnata dalla Dott.ssa Laura Carlini de Fanfogna – studiosa che ha coperto diversi incarichi di prestigio, tra cui Direttrice dei Musei e Biblioteche del Comune di Trieste – che ha svolto una conferenza “itinerante” in un percorso tra storia e aneddotica, attraverso la genesi del Museo, che ha avuto origine nell’Ottocento con l’intento di raccogliere il materiale antico della storia della città e in seguito si è arricchito con donazioni private di reperti di diverse civiltà. La guida d’eccezione ha mostrato come nel cuore dell’orto lapidario, da un truce fatto di sangue, sia nato uno spazio che fa tutt’ora di Trieste uno scrigno di preziosità archeologiche, perpetuamente vegliato dal cenotafio dell’erudito germanico.

L’incontro, favorito da una splendida giornata primaverile, è istato concluso con un’agape fraterna al Molo Sartorio, presso lo storico Yacht Club Adriaco, il più antico yacht club dell’Adriatico, fondato a Trieste nel 1903, che offre l’opportunità di apprendere i segreti e la bellezza dello sport della vela con corsi stagionali dedicati a bambini, ragazzi e adulti.

In una sala proiettata sul mare, dalla quale i partecipanti hanno ammirato il golfo triestino in tutta la sua bellezza, si è conclusa una giornata ricca di fede e cultura, preparandosi ai riti della Settimana Santa col primo annunzio della Pasqua di Risurrezione del Signore e l’introduzione al giubilo della Domenica delle Palme.

La basilica cattedrale di San Giusto Martire

La basilica cattedrale di San Giusto Martire si trova sulla sommità dell’omonimo colle che domina la città di Trieste. Nel novembre del 1899 Papa Leone XIII la elevò alla dignità di basilica minore. Dal 1940 è monumento nazionale italiano.

Come viene riferito dalla maggior parte degli storici triestini, l’aspetto attuale della basilica deriva dall’unificazione delle due preesistenti chiese di Santa Maria e di quella dedicata al martire San Giusto, che vennero inglobate dal Vescovo Rodolfo Pedrazzani da Robecco tra il 1302 e il 1320 per realizzare una cattedrale imponente.

L’austera facciata della chiesa è arricchita da un enorme rosone di pietra carsica, elaborato sul posto da maestri scalpellini ingaggiati a Soncino, vicino a Cremona. Sia il campanile che la facciata della chiesa sono generosamente coperti con reperti del periodo romano. Il portale d’entrata fu ricavato da un antico monumento funebre. I busti in bronzo, aggiunti nel 1862 alla facciata su mensole ricavate da piedistalli romani, rappresentano tre vescovi illustri: Enea Silvio Piccolomini, poi Papa Pio II; Rinaldo Scarlicchio, scopritore delle reliquie venerate nella cattedrale; e Andrea Rapicio, umanista del XVI secolo. A questi è stato aggiunto nel 2020 il Vescovo Antonio Santin.

Nei primi decenni del XX secolo l’abside fu abbattuta e ricostruita. La decorazione a cassettoni venne sostituita con un mosaico che riproponeva il soggetto dell’Incoronazione della Vergine, scelto dopo un concorso a tema. Degli altri affreschi originali rimangono pochi reperti, il più importante dei quali è il Ciclo di San Giusto, in cinque elementi, esposto nella cappella laterale.

Le due absidi laterali (corrispondenti rispettivamente a quella della basilica di Santa Maria e del sacello San Giusto) sono decorate con magnifici mosaici, opera di maestranze veneziane e costantinopolitane. L’abside di Santa Maria reca una splendida raffigurazione della Theotókos, seduta su un trono, su fondo oro, con il Bambino in braccio, affiancata da due arcangeli in deesis. Si tratta di una esecuzione di matrice costantinopolitana della prima metà del XII secolo, probabilmente eseguita in parallelo alla schiera degli Apostoli su un prato idilliaco, posta nell’emiciclo absidale sottostante, inquadrata in una cornicetta decorata, che invece spetta, per la morbidezza dei panneggi e le affinità delle fisionomie di alcune figure con quelle della cattedrale di Ravenna, a un’équipe di mosaicisti veneziani, gli stessi formatisi nella scuola delle maestranze bizantine che decorarono la basilica di San Marco nell’ultimo quarto dell’XI secolo. Come in Santa Maria Assunta a Torcello, gli apostoli sono rappresentati nella serie latina, cioè con Giacomo minore e Taddeo al posto di Marco e Luca.

Nell’abside destra invece spicca il Pantocrator, affiancato come in una deesis dai Santi Giusto e Servolo. Le fattezze del Cristo -slanciato, severo e nobile – collocano la stesura di questo mosaico al primo XIII secolo, ad opera di mosaicisti bizantini.

La Cappella di San Carlo Borromeo

La cappella di San Carlo Borromeo fu aggiunta nel 1336 dal Vescovo Fra’ Pace da Vedano per sistemarvi la propria sepoltura. È soprannominata l’Escorial dell’Esilio, perché ci sono sepolti i pretendenti al trono di Spagna del ramo carlista con le consorti che, nel corso di tre guerre civili, dal 1833 al 1876, contesero la corona al ramo “isabellino”: Carlos V, Carlos VI, Juan III e Carlos VII; l’Infante Fernando, figlio di Carlos V; le due consorti di Carlos V, Donna Maria Francesca e Donna Maria Teresa di Braganza; e la consorte di Carlos VI, Donna Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie. Dal 1975 vi riposano anche i resti di Don Francesco Josè d’Asburgo, nipote di Carlos VII. Nel Cimitero di Santa Anna a Trieste ci sono le tombe di ventiquattro membri del seguito reale carlista.

La pretesa carlista al trono di Spagna si basava sulla contestazione della legge di successione (in particolare l’abrogazione della legge salica da parte del Re Ferdinando VII) e sosteneva il diritto dei discendenti maschi del primo pretendente, Carlos V di Borbone-Spagna (1788-1855), fratello di Ferdinando VII.

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