La Delegazione Lombardia fa memoria del Concilio di Nicea nel 1700° anniversario della celebrazione (325-2025)

In pieno Giubileo indetto da Papa Francesco, inteso a ravvivare la Speranza che non delude, ricorre anche il 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico della storia della Chiesa, convocato nel 325 a Nicea dall'Imperatore Costantino I per risolvere le dispute teologiche. Questo evento storico è celebrato in tutta la Cristianità come una pietra miliare per aver definito il Credo Niceno e affermato la divinità di Gesù Cristo, e per il suo ruolo nell'unificazione della Fede e nell'unità delle Chiese. Dopo 1700 anni, il Concilio di Nicea parla ancora alla Fede di oggi. In questa ottica, la Delegazione della Lombardia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, dopo la Santa Messa mensile di giovedì 6 novembre 2025 alle ore 18.45 nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro in via Torino a Milano, ha svolto una Conferenza dal tema Il Concilio di Nicea (325): verso un’antropologia nuova che definirà il volto dell’Occidente, che è stata tenuta dal Prof. Don Maurizio Ormas, Cappellano di Merito con Placca d’Argento, già Docente nella Pontificia Università Lateranense. Inoltre, sabato 8 novembre 2025 alle ore 10.00 ha avuto luogo una Visita, organizzata dal Promotore delle Attività Culturali, Prof. Edoardo Teodoro Brioschi, Cavaliere Gran Croce di Merito, alle Collezioni Speciali della Biblioteca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che conserva una tavoletta in lingua greca del VI secolo di grande valore culturale e religioso, perché è l’unico esemplare inciso sul legno noto del testo completo del simbolo niceno-costantinopolitano.
Concilio di Nicea

Parlare del Concilio celebrata a Nicea 1700 anni fa, nel 325, potrebbe sembrare un fare memoria colta di un avvenimento venerabile importante, ma che rimarrebbe pur sempre reliquia di un lontano passato. In realtà il messaggio di quel Concilio lo ripetiamo ogni domenica nel Credo della Santa Messa, in quello che si chiama, appunto, simbolo niceno-costantinopolitano. Nicea dunque, come regola della Fede, ha ancora molto da dire al nostro essere Cristiani, ma, ancor più sorprendentemente, ha molto da dire al nostro essere uomini, in quanto da Nicea inizia un nuovo modo di concepire l’umano nel suo rapporto con la realtà, un’antropologia nuova – come dice il tema della Conferenza – che definirà il volto dell’Occidente.

Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea ha importanti dimensioni ecumeniche, ravvisabili già nel fatto che il Santo Padre Leone XIV si recherà a Nicea per celebrare tale commemorazione insieme al Patriarca Ecumenico, Bartolomeo I. Oggi, la Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto il Programma del Viaggio Apostolico di Sua Santità Papa Leone XIV in Türkiye e in Libano con pellegrinaggio a İznik (Türkiye) in occasione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea, dal 27 novembre al 2 dicembre 2025, dal tema Un Signore, Una Fede, Un Battesimo.

Il Cardinale Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha dichiarato: «Di rilevanza ecumenica sono innanzitutto le questioni dottrinali che affrontò il Concilio, riassunte nella “Dichiarazione dei 318 Padri”. Con essa i Padri professarono la loro fede in “un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. Ed in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre, mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che quelle che sono sulla terra”.
Se teniamo presenti questi diversi aspetti della confessione cristologica del Concilio di Nicea, risulta chiara, come importante imperativo dell’ecumenismo odierno, la necessità di festeggiare il suo 1700° anniversario nella comunione ecumenica tra tutte le Chiese Cristiane, di riscoprire e di valorizzare nuovamente la sua confessione di Fede in Gesù Cristo.
Questa necessità si impone anche per un altro motivo. Se guardiamo con onestà all’attuale contesto della fede nelle nostre latitudini, dobbiamo riconoscere che ci troviamo in una situazione simile a quella del IV secolo poiché assistiamo a un forte risveglio delle tendenze ariane. Già negli anni Novanta il Cardinale Joseph Ratzinger ravvisò in un “nuovo Arianesimo” la vera sfida che il Cristianesimo contemporaneo si trovava ad affrontare. Lo spirito dell’Arianesimo è percepibile soprattutto nel fatto che, anche oggi, non pochi Cristiani sono sensibili a tutte le dimensioni umane della figura di Gesù di Nazaret, ma hanno problemi davanti alla confessione cristologica secondo cui Gesù di Nazaret è l’unigenito Figlio del Padre Celeste, e quindi davanti alla fede cristologica della Chiesa. Spesso oggi, anche nella Chiesa e nell’ecumenismo, risulta molto difficile scorgere nell’uomo Gesù il volto di Dio stesso e confessarlo come Figlio di Dio, poiché si tende a vederlo meramente come un essere umano, per quanto sommamente buono ed eccezionale. Ma se Gesù, come ritengono oggi molti cristiani, fosse solo un uomo vissuto duemila anni fa, allora egli sarebbe irrimediabilmente relegato nel passato, e solo la nostra memoria umana potrebbe riportarlo al presente, più o meno chiaramente. In tal caso, Gesù non potrebbe essere l’unico Figlio di Dio nel quale Dio stesso è presente in mezzo a noi. Solo se è vera la confessione della Chiesa secondo cui Dio stesso si è fatto uomo e Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo e quindi partecipa della presenza di Dio, che abbraccia tutti i tempi, possiamo confessarlo oggi come “consustanziale al Padre”. La fede Cristiana sta o cade oggi con la confessione cristologica del Concilio di Nicea. Occuparci di questo Concilio è importante, pertanto, non solo a livello storico. Piuttosto, il suo credo resta attuale, anche e soprattutto nell’odierna situazione della Fede. E ravvivare la sua confessione cristologica rappresenta una sfida che deve essere raccolta in comunione ecumenica».

Notizia collegata: Visita della Delegazione Lombardia alle Collezioni Speciali della Biblioteca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

La Santa Messa

Giovedì 6 novembre 2025 alle ore 18.45 nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro in via Torino a Milano, Prof. Don Maurizio Ormas, Cappellano di Merito con Placca d’Argento, già Docente nella Pontificia Università Lateranense, ha presieduto la celebrazione della Santa Messa mensile della Delegazione, alla presenza del Delegato, Dott. Ing. Gilberto Spinardi, Cavaliere Gran Croce di Merito, e del Prof. Don Paolo Maria Giuseppe Lobiati, Cappellano di Merito

Nella sua omelia, Don Maurizio Ormas in riferimento al brano dell’Apocalisse (Ap 15,1-7), ha introdotto al tema del giudizio, della fine, ovvero dello scopo della vita. Il capitolo quindicesimo si giunge al giudizio, quindi ci avvicina al tema dello scopo realizzato per cui l’uomo è stato creato. È stato creato per godere completamente e pienamente di Dio, per la beatitudine. E quindi per essere abbracciati da lui che rende l’uomo partecipi pienamente della sua vita. Che poi è il tema anche del Vangelo di Giovanni (Gv 8, 28-30). Gesù è venuto a portare la vita di Dio. Perché egli è la parola di Dio, parla come il Padre che gli ha insegnato. La sua parola di misericordia e di salvezza la pronuncia per noi. È colui che lo ha mandato e colui non lo lascia mai solo. Tutto ciò che è del Padre è anche del figlio, tutto ciò che è del figlio è anche del Padre tranne una cosa. Del Padre è la paternità, che non è del figlio, e del figlio è la figliolanza, che non è del Padre. Il resto è tutto in comune.

E ha sottolineato la frase: “Gesù io sono, quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono”. Applica a sé il nome di Dio. Il sacro che era grande usa per sé stesso quel nome che lo pronuncia. E quindi mostra di essere consapevole della sua divinità. Una divinità, però, che si annienta, si svuota a favore dell’uomo, perché allude al suo innalzamento, alla sua croce: “Quando metterò in alto il figlio dell’uomo, allora conoscete che io sono”. Sulla croce, la potenza e salvezza di Dio si manifesta pienamente. Quindi il Padre dà tutto di sé: il figlio e per amarci con tutto sé stesso ci dona suo figlio che accetta anche la Croce per la nostra salvezza.

Don Ormas ha concluso con il ricordo del compianto Cappellano Capo per il Nord Italia della Real Commissione per l’Italia, Don Fabio Fantoni, Cappellano Gran Croce de Jure Sanguinis, tornato alla Casa del Padre giovedì 30 ottobre 2025, all’età di 62 anni, e le cui esequie sono stati celebrati lunedì 3 novembre 2025. Don Ormas ha fatto riferimento all’accompagnamento di Don Fantoni con stile, con pazienza, con amicizia, con dedizione all’Ordine Costantiniano, a partire dalla rinascita della Sacra Milizia a Milano, con gratitudine a tutte le persone che hanno consentito all’Ordine di riprendersi e di cui è debitore, nei confronti di queste persone, fra cui c’è stato anche Don Fantoni.

Al termine della Santa Messa, il Promotore delle Attività Culturali, Prof. Edoardo Brioschi, Cavaliere Gran Croce di Merito, ha recitato la Preghiera del Cavaliere Costantiniano, per poi introdurre la successiva Conferenza dal titolo Il Concilio di Nicea (325 d.C.): verso un’antropologia nuova che definirà il volto dell’Occidente, tenuta dal Relatore Prof. Don Maurizio Ormas, Cappellano di Merito con Placca d’Argento, già Docente nella Pontificia Università Lateranense, di cui riportiamo la trascrizione della Relazione.

La Relazione del Prof. Don Maurizio Ormas
Il Concilio di Nicea (325 d.C.):
verso un’antropologia nuova
che definirà il volto dell’Occidente

Il Concilio di Nicea si tiene nel 325 dopo Cristo, 1700 anni fa. È stato il primo concilio ecumenico della storia della Chiesa. Hanno partecipato solo cinque vescovi occidentali, tutti gli altri erano orientali. Venne convocato e presieduto dall’Imperatore Costantino I il Grande, che intendeva ristabilire la pace tra le Chiese e ristabilire la pace anche all’interno dell’impero, perché le controversie che vi erano state fino a quel momento e l’esplodere della controversia ariana minacciavano di dividere l’impero, di dividere la società e quindi anche lo Stato romano della cui pace, della cui unità, egli si riteneva il custode.

Costantino aveva una un apprezzamento di sé molto elevato, aveva una grande nozione di sé, sia come pontefice massimo, che gli imperatori continueranno a mantenere per parecchio tempo, la carica e il titolo di pontefice massimo della religione, della religione pagana. Egli si considerava, diceva di sé, di essere il 13° apostolo, lo chiamavano anche il 13° apostolo, e si definiva “il vescovo di quelli di fuori”, mentre riteneva i vescovi di “quelli di dentro”, come disse in un discorso. La considerazione che aveva di sé, lo spinse a progettare la sua tomba. La tomba di Costantino, nella basilica degli Apostoli a Costantinopoli, aveva una forma circolare. C’erano 12 cenotafi o 12 cippi, come si preferisce dire. Non ce l’abbiamo più. Con la caduta di Costantinopoli, nel 1453, ad opera degli Ottomani, la Chiesa viene distrutta. C’erano circolarmente disposti i cenotafi degli apostoli e in mezzo c’era la sua tomba. Lui è stato sepolto in mezzo alla Chiesa, circondato dai 12 apostoli, in quanto 13° apostolo. Quindi, Costantino si muove con una grande considerazione di sé, anche in ambito Cristiano.

A Nicea c’è il palazzo imperiale, lui invita i vescovi a convenire lì, paga loro il viaggio, li tratta come funzionari imperiali, li ospita in maniera adeguata, in maniera lussuosa. D’altra parte, questo è un continuare quell’atteggiamento che lui ha mantenuto subito dopo l’Editto di Milano, di aiuto, di sostegno alla Chiesa. Restituisce le Chiese e i beni della Chiesa che erano stati confiscati precedentemente, ricostruisce le Chiese demolite. Ha un atteggiamento di grande apertura e di grande considerazione verso la Chiesa Cristiana e attribuisce ai sacerdoti Cristiani gli stessi privilegi di cui godevano i sacerdoti pagani. Il Concilio, quindi, si tiene nel palazzo imperiale, partecipano un numero non precisato di vescovo. Abbiamo 220 firme, più la firma del Vescovo di Cordova, Osio, che presiedeva il concilio a nome dell’Imperatore.

Il clima al concilio era alquanto turbolento, ma Ario e il suo sostenitore Eusebio di Nicomedia ebbero la possibilità di esprimersi, di dire la loro, di raccontare, di illustrare le loro posizioni. Lo fecero con quell’atteggiamento che è tipico di chi sente di essere dalla parte della storia, di chi sente di avere ragione, perché la cultura dominante gli dava ragione e quindi irritarono la maggioranza dei vescovi. Perché Ario e Eusebio di Nicomedia parlavano con arroganza, perché la cultura dominante, che era il neoplatonismo, dava loro ragione, nel senso che come si può pensare che Dio si faccia carne e che quell’uomo in cui si è fatto carne sia come lui, sia Dio egli stesso, si soffi il naso, mangi, abbia fame, abbia sete, sudi, come tutti gli altri uomini, è inconcepibile questo tipo di pensiero, innanzitutto è volgare. È qualcosa che demistizza la maestà divina, che l’abbassa, che la volgarizza, quindi è inaccettabile questo modo di pensare. Ecco perché loro si ponevano nei confronti degli altri vescovi, con l’atteggiamento di chi dice: “Ragazzi, noi vi dobbiamo insegnare qualcosa, perché voi siete un po’ rozzi”. Per questa ragione vengono un po’ emarginati. È più facile, siccome si sono resi antipatici, votarli contro. Comunque, ricordiamoci che Ario, a prescindere dal tono con cui si espresse al Concilio di Nicea, era un uomo affascinante, barba bianca, capelli bianchi. Era un sacerdote Della diocesi di Alessandria, piaceva alle matrone, si diceva. Era un bell’uomo, piaceva alle signore, era affascinante nel parlare, quindi, aveva del suo. Insomma, non stiamo parlando di una di una persona di secondo livello, quando parliamo di Ario.

Teniamo conto che la ragione per cui Ario provocò questa scissione così profonda nella Chiesa, innanzitutto d’Oriente, ma pochino anche d’Occidente, fu proprio il fatto che era un personaggio di alto livello, di qualità. Lo scopo del Concilio era quello di rimuovere le divergenze sorte inizialmente nella Chiesa di Alessandria d’Egitto, a cui apparteneva Ario, e poi diffusesi largamente sulla natura di Cristo in relazione al Padre. Egli è nato dal Padre o è stato creato dal Padre? È della stessa natura del Padre o inferiore al Padre? Se è stato creato, c’era un tempo in cui lui non esisteva? Quindi non è eterno. La mentalità della gente che si riteneva colta stava dalla parte di Ario, appunto. E forse anche oggi la gente che si ritiene colta, la pensa come Ario, magari ariana senza sapere di esserlo. L’uno divino di cui parlava Platone, sembrava inconcepibile con una molteplicità introdotta in Dio. Un Dio che ha un figlio che è Dio come lui, questa molteplicità sembrava inaccettabile. Era più probabile che fosse, che egli rappresentasse il Demiurgo della tradizione platonica, quel semidio che crea il mondo a nome di Dio, consentendo a Dio di non sporcarsi le mani, di non contaminarsi con la materia, con il creato, perché la materia è indegna di Dio, perché è indegno di Dio che egli si mischi, si mescoli, entri in rapporto con la materia. Quindi, era più facile pensare ad una divinità intermedia, oppure a un uomo adottato da Dio, a cui Dio ha conferito dei particolari poteri, una particolare autorità, era più facile pensare questo.

Ad Ario mancava l’idea che Dio potesse essere agape, cioè che se Dio si dona, si dona tutto, che se decide di donarsi, si dona tutto, mancava l’idea che in lui potesse esserci essere amore. Quindi per essere amore sussistente, dove essere al suo interno trinità. Che la Monade divina dovesse essere trinità, perché se Dio ama, se è amore, o è necessitato ad amare e allora crea il mondo e ama il mondo, ma è obbligato ad amarlo, oppure se è amore sussistente, quando ancora non ha creato il mondo, egli è amore, quindi per amare deve avere un interlocutore da amare all’interno della Monade divina, il figlio stesso.

Forse, si potrebbe dire che il dogma niceno è l’annuncio di un fatto irreversibilmente accaduto, che trova nel linguaggio della filosofia greca il veicolo della sua comunicabilità. Non si lascia condizionare. Mentre Ario misurava e decideva del Cristianesimo a partire dalla filosofia dominante e confermava il Cristianesimo alla filosofia dominante, invece i padri di Nicea, si servono della filosofia per chiarire l’originalità del Cristianesimo come tale.

È la tentazione che abbiamo ancora anche noi oggi, di asservire il Cristianesimo alle evidenze della filosofia dominante, invece che utilizzare, eventualmente, la filosofia dominante o una parte della terminologia della filosofia dominante per illustrare meglio il Cristianesimo stesso. Sono due approcci speculari e noi, purtroppo, temo che, in larga misura, siamo preda dell’approccio di Ario, quello, cioè, di utilizzare, di asservirci alla filosofia dominante.

Lo scopo del concilio era di rimuovere queste divergenze. I vescovi anti-ariani erano lucidamente consapevoli. In ballo non c’era una questione di terminologica, c’era il realismo della salvezza guadagnataci da Gesù. Se egli non è un vero Dio, noi siamo ancora nei nostri peccati. Non è cambiato nulla. Questo è il punto.

Gesù che è venuto per noi uomini e per la nostra salvezza, senza la divinità, la sua morte e resurrezione non avrebbero efficacia necessaria per la salvezza, non avrebbero quell’efficacia che è necessaria. Senza la fede sarebbe vana. La divinità di Cristo è essenziale per la sua capacità di redimere l’umanità dai peccati. D’altra parte, l’apostolo Giovanni dice: Dio che ha la vita in sé stesso, ha concesso al figlio di avere la vita in sé stesso, e dice ancora: Chi ha il figlio, ha la vita. Chi non ha il figlio di Dio non ha la vita. Che vuol dire avere la vita? Il padre. Il padre ha la vita e il figlio ha la vita, noi abbiamo la vita dal figlio, vuol dire che abbiamo la vita di Dio, ma abbiamo la vita di Dio solo se il figlio è Dio. D’altra parte come potrebbe Gesù comunicarci la vita, se Dio non fosse egli stesso Dio? Quindi, la divinità di Gesù non è che la premessa e il fondamento della possibilità per l’uomo di essere introdotto nella vita di Dio.

D’altra parte se Cristo non fosse Dio il Cristianesimo non avrebbe senso. Sarebbe una delle tante religioni in cui c’è un Dio che sta a casa sua e manda un suo tirapiedi a dirci cosa dobbiamo fare, cosa non dobbiamo fare, ma il mondo è pieno di queste religioni qua. Di religioni in cui Dio si fa i fatti suoi e ci manda un tizio a dire come dobbiamo vivere noi, Ma lui, però, rimane là e noi siamo qua.

Il Cristianesimo, intanto interessa l’uomo di tutti i tempi, in quanto è l’annuncio che proprio il totalmente altro, addirittura il creatore dell’universo, si compromette, addirittura, con noi, condivide con noi a tal punto la condizione umana da farsi uomo e da morire come noi, peggio di noi. Ricordiamoci questo aspetto. Il Cristianesimo, se gli togli la divinità di Cristo perderebbe il suo valore e non avrebbe neppure resistito fino ad oggi. E se non ci fosse stato il Cristianesimo, non ci sarebbe stato neppure l’Islam, perché l’Islam, in fondo, ha bisogno del Cristianesimo per esistere esso stesso.

Quindi, tenete conto di questa questione dirimente, la divinità di Cristo non è un accessorio, c’è un messaggio, c’è il Vangelo e poi c’è Gesù, c’è chi ci crede e chi non ci crede. Von Harnack pensava che il cuore del Vangelo fosse la paternità di Dio, il regno di Dio con un padre che ci ama e noi siamo tutti fratelli. Sono tutte metafore che l’uomo, un uomo ancora non scientifico, utilizza perché vive in un mondo simbolico con caratteri simbolici, come pensava così Von Harnack, pensava così Küng, pensano così tanti anche teologi del nostro tempo. Quindi, la divinità non è necessaria.

Cioè, in poche parole, basta la nostra buona volontà. Si cerca di essere fratelli, di vivere da fratelli, di sopportarci. E questo sarebbe il Cristianesimo? Sembra che tutto questo sia sufficiente, che possa cambiare la nostra vita se Cristo non è il figlio di Dio? Che ci sia bisogno di evangelisti, di apostoli, di martiri, per dirci questo: che dobbiamo volerci bene, perché il padre ci chiede di volerci bene?

Ecco. Che cosa decide il concilio. Decide che, con un’ampia maggioranza, solo due votano contro. Tra l’altro, anche perché Costantino, su queste questioni, vigilava, quindi, chi non era d’accordo, poi, lo mandava in esilio. Quindi, magari, non erano persuasi proprio tutti, però si arrivò alla dichiarazione che ricevette il nome di simbolo niceno, che stabilì esplicitamente la dottrina che il figlio è della stessa essenza del padre. La stessa e uguale, la stessa e medesima essenza del padre. Esso nega, inoltre, che il figlio sia stato creato, quindi, dice “generato, non creato”, che la sua esistenza sia posteriore al padre, prima di tutti i secoli, dice il credo.

In questo modo, l’arianesimo fu delegittimato, negato in tutti i suoi aspetti, perché, da una parte, c’erano i Cattolici che affermavano che il figlio era uguale in tutto e per tutto al padre, quanto alla divinità, tranne che nell’essere figlio, mentre il padre era padre naturalmente, composto della sua stessa sostanza, mentre gli ariani sostenevano che il figlio, in quanto creato dal padre, perché loro lo ritenevano creato, fosse a lui inferiore e quindi erano disposti, a utilizzare la terminologia “simile al padre nella perfezione”. La posizione Cattolica intransigente dice: “No, perché se non è la stessa medesima sostanza del padre non ci salva nessuno. Siamo ancora nei nostri peccati”.

Gli Ariani, da parte loro, citavano un passaggio del Vangelo: quando Gesù dice: “Vado e tornerò a voi, se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal padre, perché il Padre è più grande di me”. Su quello è più grande di me e si fonda tutto l’Arianesimo.

Dio è padre da sempre, se Dio è padre da sempre, vuol dire che ha un figlio da sempre e che il figlio è da sempre figlio come il padre. L’eternità del figlio insieme con il Padre. Quindi, il concilio decreta il trionfo dell’Homoousios, che il padre e il figlio sono consustanziali. D’altra parte, solo un Cristo consustanziale al padre è interessante per l’uomo di ieri e di oggi e, penso, anche di domani. Questa formulazione si trova nel credo niceno.

Allora, come suona il credo niceno? Perché non è uguale al credo che diciamo noi a Messa? Perché quello che diciamo noi a Messa è nicenocostantinopolitano, cioè, è stato riformulato dal Concilio di Costantinopoli I, nel 381. Anche quello indetto, convocato da un imperatore. Allora, come suona? Il primo rigo, lo leggiamo in greco: “Pisteuomen es ena Theon, Patera Pantokratorea, Panton horaton kai aoraton Poi eten”, quindi continua: Crediamo in un solo Dio, padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili e in un solo signore Gesù Cristo, il figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè, dell’essenza del Padre, e lo dice per una prima volta, ma non gli basta, lo dirà due volte. Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato, non creato, consustanziale con il padre. Lo dice per una seconda volta. Per mezzo di lui, tutte le cose sono state create, sia quelle del cielo, sia quelle sulla terra, per noi gli uomini, non per noi uomini, ma per noi gli uomini e per la nostra salvezza discese e si è incarnato, e si è fatto uomo, morì ed è risorto il terzo giorno ed è salito nei cieli e verrà per giudicare i vivi e i morti. Poi dice “Kai eis to Agion Pneuma” e nello Spirito Santo e si ferma qui per quanto riguarda lo Spirito Santo. Ecco perché il credo costantinopolitano integra il credo niceno e ci parla dello Spirito Santo, che è Signore, che dà la vita. Dove Signore vuol dire che è Dio, dà la vita come il padre, Poi continua il credo niceno relativamente a quelli che dicono che c’era un tempo quando egli non c’era (Gesù) e che affermano che è stato fatto dal nulla o da un’altra sostanza o essenza, o che il figlio di Dio è una creatura o alterabile o mutevole, la santa, cattolica e apostolica chiesa li anatemizza. Quindi, li scomunica.

Vedete, che ha formulato tutte le ipotesi possibili e immaginabili per dire “No, non è così”. Quindi, il credo che noi recitiamo, allora, è la stesura definitiva fatta a Costantinopoli, con in più quel procede dal padre e dal figlio che abbiamo aggiunto in epoca carolingia. Fu Carlo Magno che insistette su questo, perché anche lui voleva fare come gli Imperatori d’Oriente, che decidono il credo, anche lui non voleva sentirsi da meno.

Quindi, a Nicea venne ribadita l’incarnazione, la nascita verginale, la morte e la resurrezione, in contrasto con le dottrine gnostiche che arrivavano a negare nella crocifissione. Un’ulteriore decisione del concilio fu quella di stabilire una data per la Pasqua.

Inoltre, vennero stabiliti altri 22 canoni disciplinari. Ne cito due. Il primo afferma la preminenza della dei vescovi di Roma e di Alessandria su tutte le altre Chiese. Il secondo esclude le diaconesse dal clero ordinato. Quanto alle diaconesse, in particolare, ricordiamo che esse non avendo ricevuto alcuna imposizione delle mani, devono essere computate, senz’altro, fra le persone laiche. Quindi, questa questione è già stata risolta dal 19° canone del Concilio di Nicea, e siamo nel 325. Quindi, vuol dire che le diaconesse erano coloro che, in parallelo con i diaconi, assistevano il vescovo nel battesimo degli adulti. Il vescovo, quando battezzava gli uomini, si faceva assistere dai diaconi, quando battezzava le donne, si faceva assistere da delle donne, che venivano chiamate diaconesse, che, certamente, erano anche donne in cui il vescovo riponeva fiducia e che avevano degli incarichi anche di responsabilità, ma non avevano ricevuto l’imposizione delle mani, quindi, non facevano parte del Clero.

Il 25 luglio finisce in Concilio, che era cominciato in maggio. Si tengono gli opportuni discorsi celebrativi e Costantino scrive lettere a tutti i vescovi dell’Oriente e dell’Occidente per annunciare che la pace è stata ritrovata.

Quali furono gli effetti del Concilio? E qui veniamo un pochino alla mentalità, a qualcosa di più, all’antropologia. Il Concilio determina un’antropologia che caratterizza l’Occidente da allora in qua, fino ad oggi. Perché si afferma una nuova visione dell’uomo e del mondo, tra la materia e lo spirito, il corpo e l’anima, il lavoro e la religiosità, la politica e la Fede, la Chiesa e il mondo, gli interessi personali e la dedizione di Fede, la Grazia. Non c’è l’abisso immaginato dagli gnostici. Non c’è opposizione. In Gesù, il divino e l’umano, la carne e la divinità, convivono pacificamente, anzi, il divino si manifesta in lui attraverso l’umano. Lo stupore che la sua umanità determinava, induceva a sospettare e ad intuire che in lui ci fosse qualcosa di più. Il creato, allora, è segno di Dio, rimando al trascendente, non è l’opposto di Dio. Dio che si rispecchia nell’aldiquà. C’è parecchio un po’ di barocco qua, e quindi nel barocco, sapete che il divino si rispecchia nell’aldiquà attraverso l’arte, attraverso la bellezza. I sacramenti, allora, sono possibili e hanno un senso, altrimenti non avrebbero senso.

Un sacramento è efficace perché? Ma perché è nella logica di Dio che si fa carne che delle parole, l’acqua, il vino, l’olio, siano segno della potenza di Dio che ci salva. Solo a questa condizione i sacramenti possono essere quelli che noi intendiamo, altrimenti sarebbero solo dei simboli vuoti. Da questo punto di vista, quindi, l’uomo non è più scisso fra l’essere e il dover essere, continuamente da una divisione insanabile, ma è ricomposto da un principio unificante, che è l’uomo-Dio, in cui l’unità è presente, intorno alla persona del figlio di Dio, c’è l’unità dell’uomo-Dio, come ci dirà poi il Concilio di Calcedonia del 451. La nostra antropologia implica che non ci sia il fanatismo di pensare che le cose della vita siano bianche o nere. Diceva Romano Guardini, un grande filosofo tedesco di origine italiana: “Nella vita come realtà è caratterizzata da tensioni, ossia, da interazioni che intercorrono tra due polarità contrapposte, ma non contraddittorie, per cui le cose del mondo non vanno valutate in modo polarizzato, la realtà non può essere ridotta al bianco e al nero, bisogna accettare l’inquietudine del presente, cioè, che tra uomo e donna, tra marito e moglie, tra amici, tra cittadini, ci siano delle tensioni, non è una cosa scandalosa, fa parte della realtà della vita, perché la realtà della vita è fatta di queste tensioni.

Ricordate la parabola il grano e della zizzania, in cui il padrone dice di seminare il grano, il servo va a controllare, dice: “No, ma guarda che, però, c’è anche la zizzania, cosa facciamo?” Tu hai seminato del buon grano e dice: “Cosa facciamo? Togliamo via la zizzania, la estirpiamo?” E il padrone risponde: “No, lasciatele crescere, verrà il momento della mietitura in cui separeremo il grano dalla zizzania”. La storia e il tempo in cui il grano e zizzania crescono insieme. Questo ci insegna Gesù e ci insegna l’incarnazione. In contrapposizione alla gnosi, che, invece, spacca, separa, divide.

L’importanza del ruolo di Costantino, che determinerà gli albori, le radici, farà crescere, innesterà nella terra le radici del cesaropapismo, di quella relazione un po’ contaminante fra Chiesa e Stato che tenderà, anche, poi, ad asservire la Chiesa allo Stato, al punto che gli imperatori presumeranno di potere anche dare definizioni dogmatiche, di rappresentare l’intera Chiesa e di poter sintetizzare in sé il potere spirituale e il potere temporale, ma l’Oriente Cristiano si trascinerà dietro questa tentazione fino ai giorni nostri. L’Occidente Cristiano si sottrarrà a questo abbraccio solo grazie alla decisa reazione del papato romano, in particolare, a cominciare da Gelasio I che è Papa dal 492 al 496. L’Impero romano, convenzionalmente, lo facciamo terminare col 476. Quindi, già lui, nel 492, in quel periodo, scrive la 12ª lettera, il quarto trattato, in cui, nella lettera, rivolgendosi all’Imperatore Anastasio, gli dice quella frase che rappresenta, poi, tutto il Medioevo Cristiano ed è ancora valida oggi: O Augusto Imperatore, i principi che reggono questo mondo, l’autorità consacrata dei vescovi (auctoritas) e la (regia potestas), il potere del re, del sovrano. L’una ha bisogno dell’altra, sono due sfere autonome ma l’una ha bisogno dell’altra. Questa questione della dualità dei poteri, il dualismo dei poteri che caratterizza l’Occidente arriva fino a noi: questa frase “Duo quippe sunt”, nel Medioevo, è citata migliaia e migliaia di volte.

Non è qualcosa di peregrino, di periferico, ma è il cuore di come l’Occidente Cristiano si concepisce, come dualista ed è questa la ragione per cui, solo nell’Occidente Cristiano, nascerà il comune, le libertà comunali, addirittura la democrazia. Gli albori della democrazia, qualcosa che vagamente farà pensare la democrazia, pensate al Comune, quando la cacciata del Vescovo Conte per cui l’assemblea dei cittadini assume le competenze del Conte e chiede al Papa che venga confermato un Vescovo che hanno scelto loro. La prima città in cui questo accade è Milano, quando viene mandato via il Vescovo Conte Guido da Velate. La seconda città che diventa Comune è Firenze, quando viene mandato via il Vescovo Conte Mezzabarba. Costantino ebbe una grande influenza in questo.

Avanzamento lettura