La Delegazione Marche e Romagna celebra ad Ascoli Piceno la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

Domenica 13 settembre 2026, nella Chiesa di San Cristoforo, nel centro storico di Ascoli Piceno, la Delegazione delle Marche e Romagna del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha celebrato, con un giorno di anticipo rispetto al calendario liturgico, la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Cavalieri, Dame, Postulanti, familiari e amici, giunti dall’intero territorio di competenza, hanno partecipato alla Santa Messa in rito antico, presieduta dal Procuratore Generale dell’Istituto del Buon Pastore presso la Santa Sede Don Giorgio Lenzi, Cappellano de Jure Sanguinis, alla presenza del Delegato Conte Carlo Cicconi Massi, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro.

Il celebrante ha recato il saluto di S.E.R. Mons. Gianpiero Palmieri, Vescovo di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, impossibilitato a intervenire per concomitanti impegni pastorali. Nell’omelia ha richiamato il mistero della Croce, da strumento di supplizio divenuta segno della gloria di Cristo, dell’amore redentore e della speranza cristiana, sottolineando che l’insegna costantiniana indica anzitutto una responsabilità di servizio, fedeltà e testimonianza della Fede.

La celebrazione si è conclusa con la venerazione della Reliquia della Santa Croce, accompagnata dal canto del Vexilla Regis e dalla Salve Regina, e con la Preghiera del Cavaliere Costantiniano, letta dal Vice Delegato e Segretario Generale Conte Avv. Piergiovanni Cicconi Massi, Cavaliere de Jure Sanguinis.

Dopo un momento conviviale, alcuni partecipanti hanno visitato il Museo Diocesano, soffermandosi dinanzi alla tela di San Francesco di Paola proveniente da Arquata del Tronto, restaurata grazie all’impegno della Delegazione e restituita alla Diocesi nel 2023.
Foto di gruppo

Dalla cantoria hanno accompagnato i diversi momenti liturgici con il canto gregoriano il Responsabile della Comunicazione e Referente per le Marche Sud Dott. Costantino Brandozzi, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento, che ha curato l’organizzazione dell’evento; Giuseppe Marinelli, Cavaliere di Ufficio; e Maria Francesca Spinozzi. All’organo era Emidio Massi.

Nella sua omelia – di cui riportiamo di seguito il testo integrale – Don Giorgio Lenzi ha proposto una meditazione sul mistero della Croce, scandalo e supplizio agli occhi del mondo, divenuta in Cristo manifestazione della gloria divina, segno dell’amore redentore e unica speranza dell’umanità. Ripercorrendo le origini della festa e gli avvenimenti legati a Sant’Elena, all’imperatore Costantino e al recupero della Reliquia da parte dell’imperatore Eraclio, ha ricordato che ogni autorità e dignità trova il proprio significato autentico soltanto quando viene posta al servizio di Dio. Rivolgendosi in particolare ai Cavalieri Costantiniani, ha sottolineato che portare l’insegna della Croce comporta una responsabilità di servizio, fedeltà e testimonianza della Fede, nella consapevolezza che la vittoria annunciata dalle parole «In hoc signo vinces» appartiene a Cristo.

La visita al Museo Diocesano

Al termine del successivo momento conviviale, svoltosi in un ristorante nella cornice di Piazza del Popolo, il Delegato ha accompagnato alcuni partecipanti in una breve visita al Museo Diocesano. Particolare attenzione è stata riservata alla tela raffigurante San Francesco di Paola, proveniente dalla distrutta Chiesa della Santissima Annunziata di Arquata del Tronto e restaurata grazie all’impegno della Delegazione delle Marche e Romagna.

La Delegazione aveva aderito nel 2017 al progetto diocesano Lavori in corso: opere d’arte dai luoghi del sisma, rivolto al recupero delle opere provenienti dagli edifici sacri colpiti dai terremoti del 2016. La tela, di grandi dimensioni e in condizioni di forte degrado, era collocata originariamente sull’altare di sinistra della Chiesa della Santissima Annunziata. Ottenuta nel febbraio 2018 l’autorizzazione al recupero, il dipinto fu trasferito dal deposito temporaneo delle opere terremotate a un laboratorio specializzato, che ne concluse il restauro nell’autunno del 2019. La restituzione pubblica alla Diocesi di Ascoli Piceno, rinviata a causa dell’emergenza sanitaria, si è svolta presso il Museo Diocesano il 2 settembre 2023.

La Chiesa di San Cristoforo

La Chiesa di San Cristoforo è amministrata dall’antica e venerabile Confraternita “Orazione e Morte”, detta anche della Buona Morte, presieduta dal Priore Giancarlo Tosti, Cavaliere di Grazia Magistrale del Sovrano Militare Ordine di Malta e Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno.

L’edificio sorge sul sito di una precedente chiesa risalente al XIV secolo. Ricostruito tra il 1593 e il 1598, fu completato definitivamente nel 1790.

La facciata, affacciata su Via d’Argillano, è caratterizzata da una struttura rettangolare, lineare e intonacata. Risalente al 1603, presenta un portale riquadrato in travertino, sul cui architrave è incisa l’iscrizione «DOMUS MEA EST DOMUS ORATIONIS», sormontato da una lapide mistilinea.

L’interno, a navata unica, custodisce tre altari barocchi in gessone ascolano, opera di Giuseppe Giosafatti. La tela dell’altare maggiore raffigura San Cristoforo e Sant’Emidio, mentre sull’altare di destra è collocato il Miracolo di San Nicola di Bari, entrambe opere di Ludovico Trasi. Sulla parete destra si trova la tela raffigurante Le anime purganti, di Nicola Monti.

L’altare di sinistra, pressoché identico a quello della parete opposta e probabilmente realizzato da Lazzaro Giosafatti in epoca successiva agli altri due, accoglie la Madonna dei Sette Dolori (o Madonna delle sette spade), opera di autore anonimo del XVII secolo.

La chiesa conserva inoltre un prezioso organo a canne costruito nel 1763 da Gaetano Callido, catalogato come opera 3 e considerato la più antica opera superstite del celebre organaro.

L’omelia

Nel Nome +. Sia lodato Gesù Cristo!

Carissimi confratelli della Milizia Costantiniana, Cari fedeli tutti,

«Noi predichiamo Cristo crocifisso».

Con queste parole dell’Apostolo potremmo riassumere tutto il mistero che oggi vogliamo solennizzare. E tuttavia, se ci fermiamo per un momento a considerare ciò che queste parole significano, dobbiamo riconoscere quanto esse siano sconvolgenti. Noi cristiani siamo chiamati non semplicemente a ricordare un uomo che duemila anni fa fu condannato a morte, ma a riconoscere nella Croce il luogo stesso nel quale Dio fattosi uomo ha manifestato al mondo la sua gloria.

Questa festa oggi ci invita ad esaltare la Santa Croce. E non è difficile comprendere quanto ciò dovesse apparire scandaloso agli uomini dei primi secoli. La croce era il supplizio degli schiavi e dei condannati; era uno strumento destinato a infliggere non soltanto la morte, ma l’umiliazione più profonda. E proprio quello strumento di vergogna è diventato per i cristiani il segno più venerato, tanto che lo vediamo innalzato sopra gli altari, sulle nostre chiese, nelle nostre case e sul petto dei fedeli e la nostra preghiera è spessissimo accompagnata dal gesto di tracciare la salvifica Croce sul nostro corpo. La benedizione di Dio è impartita dai sacerdoti facendo il segno di Croce.

Leggiamo nel Santo Vangelo quando il Cristo annuncia la Croce «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». E subito dopo ci viene rivelato il motivo di questa misteriosa elevazione: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito».

Qui è racchiuso il mistero della Croce. Non possiamo comprenderla se la consideriamo soltanto come uno strumento di dolore e di morte. La Croce deve essere contemplata alla luce dell’amore. Il Figlio di Dio non vi è salito perché costretto da una potenza più grande di Lui, ma perché liberamente ha voluto offrire se stesso per la nostra salvezza. Là dove gli uomini hanno voluto infliggergli la massima umiliazione, Iddio ha compiuto il massimo atto di amore e di obbedienza al Padre.

Per questo San Paolo, che aveva compreso profondamente questo mistero, arrivò a dire: «Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». È una frase che dovremmo meditare spesso. San Paolo non dice che la Croce è soltanto una necessità che il cristiano deve sopportare con rassegnazione; egli dice che essa è il suo vanto. E San Tommaso d’Aquino, spiegando il mistero della Passione, ci insegna che proprio nella Passione di Cristo si manifesta in modo sommo la sua carità e che, attraverso la sua obbedienza fino alla morte, il Signore ha meritato per noi la salvezza.

Ecco dunque perché la Chiesa esalta la Croce: perché sulla Croce noi contempliamo l’amore con il quale siamo stati redenti.

La storia della festa del 14 settembre ci porta proprio a Gerusalemme, al luogo nel quale questi misteri si sono compiuti. Nel IV secolo, quando cessarono le persecuzioni e la Chiesa poté tornare a venerare pubblicamente i luoghi della Passione, l’Imperatore Costantino fece edificare a Gerusalemme la grande basilica del Santo Sepolcro. La sua dedicazione avvenne nel 335 e fu accompagnata dalla solenne venerazione della Croce. Da quella Chiesa di Gerusalemme la celebrazione si diffuse poi progressivamente in tutta la cristianità.

La tradizione cristiana collega a questi avvenimenti anche la figura di Sant’Elena, madre di Costantino. Secondo una venerabile tradizione, ella si recò a Gerusalemme e promosse la ricerca del luogo della Croce di Cristo, che era stato sepolto sotto le trasformazioni e le costruzioni che avevano cancellato l’antico aspetto del Calvario. La madre dell’imperatore volle ritrovare la Croce e restituire ai cristiani la possibilità di venerare pubblicamente il luogo santificato dal sacrificio del Redentore. Questo fatto più specifico si celebra il 3 maggio: festa del ritrovamento.

È difficile non vedere in questo fatto un segno della Provvidenza. Per tre secoli la Croce era stata associata alla persecuzione dei cristiani; ora, nella Gerusalemme liberata dalla persecuzione, essa veniva nuovamente innalzata. Ciò che il mondo aveva considerato motivo di vergogna diventava il segno della gloria di Cristo.

Ma la storia della Croce non sarebbe stata da quel momento una storia soltanto di trionfi esteriori. Nel 614 Gerusalemme fu conquistata dai Persiani e la Santa Croce venne portata via come bottino. Il Patriarca Zaccaria fu condotto in prigionia e la città santa tornò a conoscere la devastazione.

Alcuni anni dopo, l’Imperatore Eraclio riuscì a recuperare la Croce e la riportò a Gerusalemme. La tradizione medievale ha conservato a questo proposito un episodio che, anche là dove non possiamo verificarne tutti i particolari storici, possiede una straordinaria forza spirituale. Si racconta che Eraclio, desiderando entrare nella Città Santa con la Croce, avesse voluto farlo rivestito delle sue vesti imperiali e accompagnato dalla magnificenza che spettava alla sua dignità. Ma davanti alle porte di Gerusalemme avrebbe incontrato un ostacolo misterioso. Gli fu allora fatto comprendere che Cristo aveva portato quella stessa Croce nell’umiltà e nell’obbedienza, e che dunque egli non poteva portarla come un sovrano che ostenta la propria gloria. Eraclio avrebbe allora deposto le vesti imperiali e sarebbe entrato portando la Croce umilmente.

La lezione che la Chiesa ha riconosciuto in questo episodio è profondissima. Davanti alla Croce, anche la grandezza umana deve inchinarsi. La Croce ci ricorda che ogni autorità, ogni dignità, ogni onore ricevuto dagli uomini acquista il suo vero significato soltanto quando viene posto al servizio di Dio.

Ed è forse proprio per questo che la presenza odierna dei Cavalieri del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio assume un significato particolarmente bello nella festa che celebriamo. La loro insegna richiama la Croce e porta con sé la memoria della tradizione costantiniana, così profondamente legata alla diffusione pubblica del segno di Cristo. Ma la presenza di un Ordine cavalleresco nella celebrazione dell’Esaltazione della Croce non dovrebbe anzitutto ricordarci una dignità, bensì una responsabilità.

Chi porta una Croce deve lasciarsi giudicare dalla Croce. E chi porta un’insegna cristiana deve ricordare che quella insegna non è soltanto un segno esteriore, ma richiama Colui al quale la propria vita deve appartenere. La vera tradizione cavalleresca cristiana non può dunque essere separata dal servizio, dalla fedeltà e dalla testimonianza della Fede; e la prima battaglia nella quale il cristiano è chiamato a dimostrare questa fedeltà è quella contro il peccato che porta dentro di sé.

Per questo le parole associate alla tradizione costantiniana, «In hoc signo vinces», devono essere comprese alla luce del Vangelo. «In questo segno vincerai» non significa che la Croce ci garantisca il successo secondo i criteri del mondo. Non significa che chi la porta sarà risparmiato dalle prove o che la Chiesa non conoscerà mai persecuzioni e umiliazioni. Significa invece che la vittoria appartiene a Cristo e che l’uomo partecipa a questa vittoria nella misura in cui rimane unito a Lui.

La Croce ci insegna infatti che Dio può trasformare quella che sembra una sconfitta nella via della salvezza. Il Venerdì Santo non è stato l’ultima parola sulla vita di Cristo, perché alla Croce è seguita la Risurrezione. E così anche le nostre sofferenze, quando sono vissute nella fede e unite al sacrificio di Cristo, non sono necessariamente il segno che Dio ci ha abbandonati; possono diventare, per la sua grazia, il luogo nel quale impariamo più profondamente a fidarci di Lui. La Croce da ignominiosa è diventata gloriosa ed accompagna l’umanità convertita a Cristo nelle vere vittorie a favore di Dio!

Fratelli carissimi, forse proprio qui si trova la ragione per cui la Chiesa, dopo tanti secoli, continua ad esaltare la Croce. Noi viviamo in un’epoca che vorrebbe cancellare dalla vita dell’uomo tutto ciò che parla di sacrificio, di rinuncia, di obbedienza e di sofferenza. La Croce, invece, ci ricorda che non esiste amore autentico senza il dono di sé. Ci ricorda che il cristianesimo non consiste nel cercare Cristo senza il Calvario, ma nel seguirlo anche quando la strada passa attraverso il Calvario.

Guardiamo allora alla Croce e domandiamoci se essa è veramente il centro della nostra vita. Non basta venerarla sulle pareti delle nostre chiese, non basta portarla sul petto, non basta baciarla con devozione. Dobbiamo imparare a riconoscerla quando essa si presenta nella nostra vita concreta: nelle prove che non abbiamo scelto, nelle responsabilità che ci pesano, nelle rinunce che la fedeltà a Dio talvolta esige, nelle sofferenze che non comprendiamo.

E soprattutto dobbiamo imparare a rimanere ai piedi della Croce come rimase Maria Santissima. San Giovanni ci dice semplicemente che «stava» presso la Croce di Gesù sua Madre. Non comprendeva forse tutto ciò che stava accadendo; ma rimaneva. La sua fede non dipendeva dalla possibilità di spiegare il mistero. Ella rimase perché si fidava di Dio.

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Chiediamo dunque alla Madonna Addolorata che ci insegni quella fedeltà silenziosa e forte che non fugge davanti alla Croce. Chiediamole di insegnarci a riconoscere nel Crocifisso non soltanto Colui che ha sofferto per noi, ma il nostro Re e il nostro Salvatore.

E quando oggi la Chiesa innalzerà davanti ai nostri occhi il segno della Santa Croce, ricordiamoci che quella Croce ha attraversato i secoli. È stata nascosta e ritrovata, venerata e profanata, portata in trionfo e trascinata come bottino; ma attraverso tutte queste vicende una cosa sola è rimasta immutata: Colui che vi è morto.

La Croce di Cristo rimane nei secoli, come continua la nostra militanza di cristiani battezzati ed anche di cavalieri, perché Cristo rimane. E la sua parola rimane vera: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Ancora oggi come sempre noi esaltiamo Cristo, che dalla Croce ha manifestato al mondo l’amore del Padre e ha aperto all’uomo la via della salvezza. Cristo è Re ed ha regnato dalla Croce che noi adoriamo come il Suo trono.

Per questo possiamo ripetere con San Paolo, non soltanto con le labbra ma con tutta la nostra vita: «Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». E possiamo concludere con quella antichissima invocazione della Chiesa che racchiude in poche parole tutto il mistero che oggi abbiamo contemplato:

«Ave, Crux, spes unica».

Ave, o Croce, nostra unica speranza. Amen.

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