Il Corso di Formazione Costantiniana è specificamente dedicato ai neo Cavalieri che hanno ricevuto l’Investitura il 12 settembre 2025 in occasione del Pontificale in onore di San Giorgio nell’ambito del Pellegrinaggio Costantiniano Internazionale in occasione dell’Anno Giubilare 2025, ai Postulanti che la riceveranno nel 2026 e a coloro che intendono avvicinarsi alla Sacra Milizia. La partecipazione al Corso è consigliata inoltre per tutti i Cavalieri e le Dame già facenti parte dell’Ordine, che potranno trovare qui spunti e informazioni, che potranno essere loro di interesse e di utilità.
Le precedenti Lectiones:
- sulla natura religiosa della Sacra Milizia, tenuta dal Cappellano Capo di Delegazione, Fra Sergio Galdi d’Aragona, OFM, Cappellano di Giustizia;
- sulla storia dell’Ordine, tenuta dal Nob. Avv. Giovanni Carlo Parente Zamparelli, Cavaliere de Jure Sanguinis e dall’Avv. Stefano d’Ambrosio, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento;
- sul tema Gli Ordini cavallereschi. La Protezione Civile e il volontariato, tenuta dall’Avv. Prof. Raffaele Strina, Cavaliere di Merito;
- sugli Statuti, sull’attitudine dei Cavalieri durante le celebrazioni e sull’inquadramento canonico dell’Ordine Costantiniano, tenuta dal Nob. Avv. Giovanni Carlo Parente Zamparelli, Cavaliere de Jure Sanguinis e dall’Avv. Stefano d’Ambrosio, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento;
- sul tema Gli Ordini cavallereschi. La Protezione Civile e il volontariato, organizzata dall’Avv. Prof. Raffaele Strina, Cavaliere di Merito, e tenuta Dott. Tommaso Di Ieso.

Guidati dal Delegato per Napoli e Campania, il Conte Don Gianluigi Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Duchi di Laurenzana, Cavaliere di Giustizia, hanno partecipato al sesto incontro formativo, alcuni membri del Consiglio di Delegazione: il Segretario Generale ad interim, il Nob. Antonio Masselli, Cavaliere de Jure Sanguinis; il Responsabile della Comunicazione ad interim, Prof. Antonio De Stefano, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento, e la Responsabile delle Attività Operative ad interim, Avv. Valeria Pessetti, Dama di Merito con Placca d’Argento.


Questo sesto incontro formativo è stato introdotto dal Delegato e dal Segretario Generale ad interim, che hanno salutato i partecipanti e hanno ringraziato il Relatore, l’Avv. Giovanni Carlo Parente Zamparelli, Cavaliere de Jure Sanguinis.

Innanzitutto, il Relatore ha esplicitato il significato del sostantivo maschile “Cavaliere”, ovvero, colui che si comporta con signorilità di modi, come un gentiluomo, ed incarna la virtù dell’onore, della fedeltà e del servizio.
Quindi, il Relatore ha chiarito la differenza tra “cavalieri” e “guerrieri”, rammentando come i primi fossero mossi da ideali imprescindibili e non si configuravano come singoli combattenti, bensì come entità di combattimento, con accoliti e scudieri.
Poi, il Relatore ha ricordato il percorso formativo che doveva essere affrontato prima di diventare Cavaliere, nonché i sette elementi di agilità da padroneggiare. Ha approfondito il rituale della cerimonia di investitura propria dei Cavalieri del passato, rito celebrato di solito durante una delle solennità, come il Natale o la Pasqua. In particolare, ha trattato della veglia di preghiera notturna, la “veglia d’armi” (donde la notte in bianco), dell’addobbamento e della formula votiva, da recitarsi difronte ad un cigno bianco, rappresentante la fase alchemica dell’Albedo, seconda fase della Grande Opera, simboleggiante la purificazione della materia.
Successivamente, il Relatore ha indicato il ruolo del Cavaliere nella difesa della religione, delle chiese, dei chierici, dei deboli e delle donne. In particolare, ha affrontato il ruolo della Dama, la cui figura fungeva da memorandum per ogni Cavaliere del proprio dovere, tema già ricorrente nella tradizione letteraria italiana a partire dal dolce stil novo. In tal senso, il Cavaliere è considerato colui che ha completato il suo percorso di crescita spirituale ed è degno di portare la Spada-Croce, mentre il Cavalierato una forma di sacerdozio di tipo tradizionale.
Proseguendo, il Relatore ha elaborato sul valore dell’onore, dal latino onus (peso). In particolare, ha fatto riferimento all’opera del sociologo canadese Charles Taylor, dal titolo Disagio della modernità, in cui vengono sostenute le radici aristocratiche del principio d’onore e il valore della stirpe come perpetuazione, nelle generazioni, di un’anima con una speciale sensibilità morale. Per sottolineare il valore dell’onore, il Relatore ha ricordato le vicende dell’ultimo duello svoltasi in Italia: il duello d’onore tenutosi alla Solfatara di Pozzuoli il 12 marzo 1955, per divergenze politiche tra Gaetano Fiorentino e Attilio Romano, entrambi filomonarchici, svoltosi secondo il codice cavalleresco a singolar tenzone sfidandosi con le spade, e il racconto Il duello di Joseph Conrad.
Sulla scorta del saggio Cavaliere è oggi gentiluomo di Mario Domenichelli, il Relatore ha suggerito la continuità tra la figura del Cavaliere medievale e del gentiluomo contemporaneo, delineandone le caratteristiche principali.
Il Relatore ha concluso con il ricordo dell’esortazione rivolta ai Cavalieri contemporanei dal Cardinal Segretario di Stato Agostino Casaroli, un invito al coraggio, all’abnegazione, alla generosità e al sacrificio.

Terminata la Relazione, il Segretario Generale ad interim ha ringraziato il Relatore, ribadendo l’intenzione di rendere il Cavalierato Costantiniano maggiormente operativo e presente sul territorio, ricordando il motto Un Ordine antico, uno spirito nuovo.

Infine, il Delegato – anche sulla base di un colloquio avuto con l’Arcivescovo metropolita di Napoli, S.Em.R. il Signor Cardinale Domenico Battaglia – ha riaffermato la necessità di rendere l’Ordine Costantiniano identificabile non solo per la storia e le insegne che lo caratterizzano, ma specialmente per le opere caritatevoli di cui si occupa, portando la luce laddove manca. A tal proposito, ha ricordato l’impegno del Gran Maestro, S.A.R. il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie e Orléans, Duca di Calabria, Conte di Caserta, Capo della Real Casa delle Due Sicilie, dopo l’alluvione di Valencia dell’ottobre 2024.
Ha collaborato con il Cav. Prof. Antonio De Stefano a fornire le informazioni per la redazione della presente notizia, l’amico dell’Ordine Costantiniano Andrea D’Aloia. Il servizio fotografico è a cura del Cav. Avv. Antonio Masselli e del Cav. Dott. Ciro Sommella.
La Relazione del Cav. Avv. Giovanni Carlo Parente Zamparelli
Cavaliere è il sostantivo maschile con cui veniamo appellati ed incarna la virtù dell’onore, fedeltà e servizio. Cavaliere è colui che si comporta con signorilità di modi, come un gentiluomo.
Il Cavaliere era in realtà non tanto e non solo un singolo guerriero, quanto piuttosto un’entità di combattimento: aveva infatti bisogno di un gruppo di accoliti, di aiutanti, di apprendisti (“scudieri”).
I ragazzi di 7 anni ricevevano il titolo di “paggio” e si dedicavano alla cura dei signori del castello. Al raggiungimento dei 14 anni, si diveniva “scudiero”: in una cerimonia religiosa i nuovi scudieri giuravano su una spada consacrata da un vescovo o da un prete, continuavano a prepararsi al combattimento e venivano autorizzati a possedere armature. Gli scudieri erano tenuti a padroneggiare i “sette elementi di agilità”: cavalcare, nuotare e immergersi, usare diversi tipi di armi, arrampicarsi, partecipare a tornei, praticare la lotta, la scherma, il salto in lungo e la danza. Tutto ciò doveva essere fatto indossando l’armatura.
Al raggiungimento dei 20 anni, si poteva diventare Cavaliere.
La cerimonia di investitura a Cavaliere si svolgeva di solito durante una delle solennità, come il Natale o la Pasqua e comportava un bagno rituale alla vigilia della cerimonia e una veglia di preghiera durante la notte (di qui il termine “notte in bianco” perché durante la “veglia d’armi” i Cavalieri trascorrevano l’intera notte – senza dormire – in preghiera in abito bianco, simbolo di purificazione).
È il rito che in italiano si chiama “addobbamento”, che prevedeva due cose: la concessione delle armi e un segno, una leggera ferita rituale (magari semplicemente uno schiaffo o un colpo sulla nuca, la c.d. “collata”, simile alla alapa militaris che si dava al soldato romano).
La formula era: “Faccio voto a Dio, prima che a tutti ed alla Gloriosissima Vergine, Sua Madre, ed inoltre alle Dame ed al cigno”.
I voti venivano pronunciati davanti ad un cigno, animale sacro alla Cavalleria, presentato in un gran piatto preparato per il pranzo, adorno delle sue piume più belle. Una donna presentava il piatto.
Il cigno bianco è un simbolo alchemico che rappresenta la fase dell’ALBEDO (dal latino “bianchezza”), la seconda fase della Grande Opera, che segue la NIGREDO (opera al nero) e precede la RUBEDO (opera al rosso). Questa fase simboleggia la purificazione della materia dopo la decomposizione iniziale, come se si lavassero le impurità per prepararla alla successiva trasformazione.
Sul piano metaforico, corrisponde alla liberazione dell’anima dal corpo, “corpus luteum” = corpo di fango.
L’Opus Magnum aveva una varietà di simboli animali ad esso collegati, in particolare uccelli, come il corvo, il cigno e la fenice, che rappresentavano la progressione spirituale attraverso i tre colori principali.
Obbligo principale del Cavaliere secolare era difendere la religione e le chiese, i beni e i ministri del culto, i deboli, i malati e le donne, combattere per la fede e morire anziché tradire la fedeltà al proprio principe da cui aveva ricevuto l’investitura.
Il Cavaliere fa dono di sé, mette se stesso al servizio di qualcosa di superiore: Dio, il Re, la Patria, la donna amata.
La Dama è una delle figure centrali nella letteratura cavalleresca e del dolce Stil Novo.
Nel 1950 lo storico e poeta francese Gerard De Sorval, nella prefazione di un libro sull’iniziazione cavalleresca, soffermandosi sul fatto che la Vergine ha contenuto nel suo ventre Gesù, ci conduce alla conseguenza che la Madonna contenga la Sapienza, la chiave per la redenzione e l’elevazione spirituale. È chiara l’assonanza tra Vergine e Dama e non a caso gli ordini monastico-cavallereschi medievali erano devoti alla Vergine, che rappresentava la loro Dama.
In questa ottica il Cavaliere rappresenta una figura che ha completato il suo percorso di crescita spirituale e può quindi brandire “la Spada-Croce”.
Il simbolo della “spada–croce” o croce di San Giacomo – che unisce la croce cristiana con la forma di una spada e simboleggia la difesa della fede ed il martirio dell’Apostolo Giacomo – rappresenta l’equilibrio tra la dimensione spirituale e quella fisica, incarnando l’impegno sia religioso che militare dei cavalieri al servizio di Dio.
Ecco perché la Cavalleria rappresentò per un certo tempo una forma di sacerdozio di tipo tradizionale, improntato a prerogative solari, per ciò stesso “stabili”, “invariabili”, “fisse”, che traeva la sua forza dall’idea della regalità trasmessa al Cavaliere al momento dell’investitura, forza che proveniva dalla funzione di “ponte” fra il divino e il profano, affidata al sacerdote.
È un individuo capace di sacrificio e di trasformazione spirituale, che si pone al di sopra del conformismo della massa. La figura tipica del Cavaliere è di un uomo solitario votato all’avventura, alla ricerca e l’onore guida il suo comportamento pubblico e privato.
Onore, come onere, deriva dalla radice latina “onus”, peso, gravame a dimostrarne la natura essenzialmente morale, legata al dovere da assolvere, alla virtù da perseguire, agli obblighi liberamente assunti.
Il pensatore e sociologo canadese Charles Taylor nel Disagio della modernità ritiene che la base del principio d’onore fossero le gerarchie sociali del passato, perché la serena compostezza dell’onore è un sentimento aristocratico, nella misura in cui tende ad elevare chi lo persegue e così il principio dell’onore e della fedeltà diventa il vero cemento della compagine politica.
Il singolo qui non vale individualisticamente, bensì in relazione al suo sangue, alle sue origini ed alla sua famiglia, la subordinazione della persona rispetto ad una casata, un principio, una dinastia reale.
Infatti, non si trasmettono ereditariamente le sole qualità fisiche, ma anche gli elementi spirituali, una speciale sensibilità morale, una visione della vita.
La famiglia non solo ha la comunanza di sangue, ma è anche come un corpo perpetuo e un’anima perpetua. Il corpo consiste nel bene di famiglia che ogni generazione riceve dagli antenati come un sacro deposito, da conservarsi religiosamente, da accrescere e trasmettere alle future generazioni; l’anima consiste nelle tradizioni, cioè nelle idee degli antenati, nei loro sentimenti e nei loro costumi.
Cavaliere e oggi gentiluomo è un saggio storico di Mario Domenichelli che indaga l’evoluzione della cultura aristocratica europea e suggerisce una linea evolutiva dal Cavaliere al gentiluomo, indicando come le caratteristiche di un guerriero si siano trasformate in un ideale di comportamento sociale e civile.
C’è un medievalismo di riattualizzazione del codice cavalleresco in chiave di contemporaneità che investe tutta la cultura europea, quella della gentlemanliness (gentilezza, comportamento da gentiluomo) e della cavalleria moderna, fino alla prima guerra mondiale. La Cavalleria, il codice di comportamento del gentiluomo-Cavaliere, non era mera fiction, era un vero e proprio modello educativo sostanziato da exempla eroici nella cronaca del tempo.
Oggi la figura del gentiluomo si è evoluta ed indica una persona che dimostra qualità morali superiori, come generosità, magnanimità ed integrità d’animo. Si contraddistingue per un comportamento corretto e misurato, che evita eccessi e giudizi, e per la capacità di distaccarsi, cioè non farsi travolgere dalle emozioni, rimanendo razionale anche di fronte ad eventi difficili.
Il Cardinal Newman scrisse una volta: “Si potrebbe dire che il gentiluomo è colui il quale non infligge dolore”.
Ancora nel 1982 il Cardinal Segretario di Stato Agostino Casaroli, affermava che il ritratto del Cavaliere nell’accezione originale della parola è: “Combattere il male… Difendere il debole e l’oppresso contro l’ingiustizia; mettere un freno all’arroganza del più forte. Coraggio, abnegazione e generosità. Saper sacrificare se stesso: fino all’eroismo, fino alla morte se ci sarà bisogno”.
In quanto Cattolici è nostro compito essere gentiluomini, gentiluomini in modo altruista e sacrificale e la militanza nel Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio sarà il nostro viatico, conforto, sollievo e sostegno per raggiungere questo traguardo.
