
“Agostino che ruba le pere” nell’incisione di Johannes Wandereisen con commento dell’Agostiniano Wilibaldus Mair del 1631
Tra gli episodi più celebri narrati nelle Confessioni di Sant’Agostino vi è quello, apparentemente banale, del furto delle pere. Raccontato nel secondo libro dell’opera, questo episodio risale all’adolescenza di Agostino, quando, sedicenne, insieme ad alcuni amici rubò una grande quantità di pere da un albero vicino alla sua vigna. Non si trattava però di un gesto compiuto per bisogno o per desiderio del frutto: le pere, infatti, furono addirittura gettate ai porci. Ciò che attirava Agostino e i suoi compagni era piuttosto il gusto stesso della trasgressione.
Proprio questa apparente “ragazzata” diventa, nella riflessione agostiniana, il punto di partenza per un’analisi profonda della natura del male. Agostino riconosce di aver amato non l’oggetto rubato, ma l’atto illecito in sé, il piacere di infrangere la legge e di condividere la colpa con altri. Nelle sue parole, egli confessa di aver amato la propria caduta: «Era brutta, e l’ho amata… ho amato il mio annientamento». Il gesto diventa così simbolo della fragilità della volontà umana e della tendenza dell’uomo a cercare il peccato “alla rovescia”, come un’illusoria imitazione della libertà.
Inserito nel contesto degli anni giovanili trascorsi tra studio e disordine morale, questo episodio assume un valore emblematico. Attraverso il ricordo del furto delle pere, Agostino non racconta soltanto una bravata adolescenziale, ma denuncia la pochezza degli ideali che caratterizzavano la sua giovinezza e quella dei suoi coetanei. Proprio per questo motivo il racconto diventa uno dei passaggi più intensi delle Confessioni: un momento di lucida autocritica che anticipa il cammino di conversione e il riconoscimento della misericordia divina.







